La Partita della morte di Nikolay Trusevich

Kiev, 9.8.1942: i giocatori di Flakelf e Fc Start

I giocatori di Flakelf e Fc Start assieme

Mi chiamo Nikolay, e faccio il portiere. Mi chiamo Nikolay, faccio il panettiere abusivo, e tra 6 mesi sarò morto, ma non me frega nulla, perché sono qui per una sola cosa, vincere. Ho la vista annebbiata, perdo sangue da una ferita dietro l’orecchio destro, ma sento distintamente il vociare della curva alle mie spalle. È piena di nazisti, piena di venduti collaborazionisti, stanno esultando. Non era valido, fallo sul portiere e fuori gioco, ma siamo uno a zero per loro.

Mi chiamo Nikolay Trusevich, e difendo i pali della Start, in questo afoso mattino del 9 agosto 1942. Non è il mio stadio questo, ma ho imparato ad amarlo. Quando lavori 14 ore, mangi, quel poco che ci portano gli amici ungheresi e polacchi, e poi vieni ad allenarti tra queste mura, su questo prato, cominci ad amarne le zolle, a capirne i venti. E ora lo sento il vento, viene da vicino, viene dalla Russia, e mi dice di alzarmi. Mi alzo, mi scuoto la mia casacca nera, bordata di rosso, e guardo Aleksey. Ne abbiamo passate tante insieme, passerà anche questa. Aleksey fa il terzino, per modo di dire, è leggero come un passero e quando inizia a correre palla al piede può farti svenire con le sue finte. Mi sento toccare su una spalla, è una pacca forte, ma quasi non la sento, mi brucia il taglio, sento il sapore del ferro, il sangue deve essermi arrivato anche in bocca, ma la mano di Ivan e il suo sguardo non mi lasciano dubbi. Li pressiamo, io incito i ragazzi dai miei pali, se li tengono lontani ho il tempo di riprendermi. Ivan mi guarda di nuovo, riceve palla, non ci pensa su e insacca da 35 metri, la solita bomba di Kuzmenko. Ora lo stadio ha un nuovo rumore, e il vento un nuovo sapore. Siamo undici maglie rosse, le ho scelte io, contro undici nere, ma noi siamo tanti di più. Siamo i trecentomila abitanti di Kiev spazzati via, siamo i calciatori arrestati, quelli sotto falso nome, facciamo i panettieri, i fornai, gli operai, siamo la Dinamo e la Lokomotiv, siamo il meglio del meglio e sentiamo il vento fischiare, in questo mattino dell’agosto 1942.

Honča è forse il migliore di noi, uno dei più giovani, anche se non parliamo mai della nostra vita di prima e non so quanti anni abbia, ma adesso ha preso palla sulla fascia sinistra, ne ha saltati uno, due, tre. Non li sta dribblando, sta scappando, e ora i sette metri sono davanti a lui, sembra esitare, non sa se passare questo confine, ma alla fine la mette dentro, è due a uno. Ora lo stadio è in silenzio, e sembra fare freddo. Ci fermiamo a guardarci negli occhi, ma nessuno ha bisogno delle conferme altrui. Quelli da consolare sono questi porci in maglia nera. Sazi e con le divise nuove, le scarpe lucide ed i capelli corti. Nati da chissà quale puttana, i superuomini, oggi mangiate la mia polvere, raccogliete la palla in fondo al sacco ancora, la mezza rovesciata di Honča è tutta per voi, e il silenzio dello stadio è rotto da un grido “Krasny sport ne umriot!”, lo sport rosso non morirà mai. Ora dagli spalti piovono applausi, l’arbitro ci manda negli spogliatoi, è l’intervallo, 3-1 per noi, per la Start.

Negli spogliatoi beviamo il tè che la moglie di Iosif ha preparato per noi. Non capisco niente di quello che dice, lo bevo. C’è silenzio. Rotto da quel coglione di Ščvecov. È uno dei venduti, dei collaborazionisti, la prossima partita la giochiamo di nuovo contro di lui, ma sarà l’ultima. Ščvecov  dice che siamo stati grandi, che l’Ucraina intera è fiera di noi, ma ora dobbiamo lasciar perdere. Lo prendiamo in giro, se ne va, tra fischi e rimbrotti. È un venduto, ma rispetta il nostro calcio, a modo suo. I ragazzi hanno ripreso colore, tra tre minuti si torna su. Si apre la porta, qualcuno entra: è uno di loro, non lo sto guardando, lo capisco dal rumore dei suoi passi, dagli stivali, così diversi dai bulloni di ferro sotto le nostre suole. Ci fa i complimenti, nessuno parla. Mi colpisce il suo russo senza inflessioni: “il vostro stile calcistico è impeccabile, ma pensate alle conseguenze!”. Gira i tacchi e se ne va. Cerco con lo sguardo Svyrydovs’kyj, lo trovo. Mychajlo è il più vecchio di noi, ha 36 anni e tante partite alle spalle. È il nostro allenatore in campo, deve parlare, ora. Sta riallacciando gli scarpini, li pulisce, e si alza in piedi. Ora ci guarda tutti, siamo i tuoi ragazzi, Michajlo, siamo con te. Ci fa segno di sì con la testa, si va su. Sono l’ultimo a salire, e Iosif Kordik, diavolo di un boemo, si mette tra me e la porta, vuole sapere come va il taglio, se ce la faccio a continuare. Lo sposto, e vado su. Se oggi siamo tutti qui è merito suo, è lui che ha messo su la squadra, mi ha riconosciuto dalla cicatrice sulla guancia, accidenti a lui.

Sul prato consumato tocco il dischetto del rigore e conto i passi fino alla linea di porta. C’è elettricità, nell’aria. Guardo i guanti, sono da buttare, chissà se Iosif me ne saprà trovare un paio nuovi. Chissà. I nazisti sono furie, ci odiano. Siamo magri da fare schifo, qualcuno di noi tossisce, il tè ci ha rinfrancato un po’, ma siamo stanchi. A centrocampo, Korotkich zoppica. È, o meglio era, un poliziotto, i tedeschi lo sanno e lo picchiano duro, gliel’hanno giurata. Sarà il primo a morire. I nazisti ci odiano, e sono ricambiati. Siamo anarchici ucraini, comunisti russi, abbiamo divise logore, mangiamo poco, beviamo male, e non possono capirci. Siamo tutto ciò che loro vogliono distruggere, siamo allo sbando e vinciamo, li costringiamo a rincorrere questa palla di cuoio sempre più pesante, la gente ora incita noi. Li facciamo illudere, li lasciamo segnare due volte. Ma li rimettiamo sotto, 5-3. Manca poco ormai. I tedeschi sono stravolti. E allora Aleksey prende palla, la scambia con Hončarenko, si porta in area, dribbla quel biondo sacco di patate che hanno tra i pali, e va verso la linea di porta. Si ferma, si gira a guardarmi, ora lo stadio è di nuovo in silenzio, tutti aspettano che il piccolo Aleksey la sbatta dentro per poter esultare. Ma Klimenko non fa mai quello che ci aspetta da lui, e rigioca la palla verso il centro del campo, pazzo anarchico, amico mio. Per non umiliarli, li ha umiliati. Non posso fare a meno di ridere.

Ma ora non rido. Aleksey è come sempre al mio fianco. Anche ora sembra guardarmi, ma so che non è così. Non può guardare più niente, gli occhi chiari persi nel vuoto. È riverso in terra, ha le mani legate dietro la schiena, ed il proiettile della luger che gli ha distrutto il cervello ha sparso il terriccio sul prato davanti a noi, e tra i suoi capelli. Ora tocca a me. Sento i passi avvicinarsi. Abbasso la testa, e guardo il mio petto. Ho ancora indosso la mia divisa. È l’unico vestito che possiedo, l’ho trovata in un magazzino, dismessa. Mi chiamo Nikolay, faccio il portiere e non credo in Dio, lui ha creduto poco nell’Ucraina, nel socialismo e nella libertà. E allora rialzo la testa e grido: “Krasny sport ne umriot!” e rido.

Paolo Battista

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