Con 7 vittorie nella Concacaf Champions League il Club America detiene il record di successi nel torneo © 2017 LECHAMPIONS. All rights reserved.

Dal Niagara ai Caraibi: il fascino della Concacaf

In Europa, a quasi 40 anni di distanza, parlare di calcio nell’America del Nord significa ancora evocare la memoria della prima Nasl dei Cosmos di Pele e Chinaglia. Mentre citare il pluridecorato Messico rimanda più all’America Latina a cui il paese dei sombreri è di fatto accumunato. Almeno dal punto di vista calcistico. E le ripetute partecipazioni di formazioni messicane alla Coppa Libertadores non aiutano a evitare questa identificazione.

Una “giurisdizione” vasta e molto più eterogenea rispetto a quella delle altre confederazioni continentali, fa della Concacaf la Confederazione meno identificabile ma più variegata. Colpa o merito di un ambito molto diversificato che va dal grande nord del Canada, alle irrequiete lande centroamericane passando per la miriade di isolette e microstati caraibici fino a sbarcare di fatto nel continente sudamericano con le tre Guyane.

La Concacaf così come la conosciamo nasce nel 1961 con la fusione della Nafc (esistente dal 1946 con competenza per il Nord America) e della Cccf (che dal 1938 copriva Centro America e Caraibi). La confederazione nord e centroamericana raggruppa ben 41 federazioni suddivise in tre zone: la Nafu a nord, la Uncaf al centro e la Cfu per i Caraibi.

A livello di club la competizione più prestigiosa è la vecchia Coppa dei Campioni, nata nel 1962 e trasformata in Champions League nel 1991. Il format della competizione è stato per anni il più simile a quello europeo, col quale ha condiviso anche il calendario. Uniformità che è venuta meno negli ultimi anni. Nel 2012 è stata introdotta la fase a gironi con gruppi di tre squadre, poi nel 2018 si avrà il ritorno all’eliminazione diretta integrale con la competizione compressa in appena tre mesi. Torneo che verrà preceduto dalla Concacaf League, riservato alle formazioni di Centro America e Caraibi, che assicurerà al vincitore un posto nel tabellone principale della Champions League. Modifiche che rivelano la difficoltà a trovare una formula davvero vincente, in grado di assicurare alla competizione lo stesso prestigio riscontrato nelle versioni degli altri continenti.

Anche a livello di nazionali la Concacaf si rivela la confederazione più irrequieta. La riorganizzazione regionale seguita all’istituzione della Gold Cup nel 1991 ha comportato la scomparsa di tornei come la Superlega nordamericana. Paradossalmente l’unica organizzazione ad aver mantenuto sostanzialmente intatto il proprio assetto è stata la più piccola, quella caraibica: la Cfu ha continuato ad organizzare sia la Caribbean Cup per nazioni che il campionato per club (CFU Club Championship).

L’instabilità è nel Dna della Concacaf. Ogni modifica è perentoria ma quasi mai definitiva, al contrario getta il seme per futuri cambiamenti. Che già si intravedono: un nuovo assetto potrebbe venire dalle proposte di fusione tra Concacaf e Conmebol (la confederazione del Sud America). Voci sempre più insistenti anche nell’ottica di un possibile allargamento della Coppa del Mondo a 48 squadre, cosa che comporterebbe un’ulteriore riorganizzazione delle qualificazioni.

La Coppa America del Centenario disputata negli Usa nel 2016 è stata una prova generale in questa direzione, almeno per le nazionali. La proposta del “paisà” Riccardo Silva, proprietario del Miami Football Club, di allargare la Libertadores a 64 squadre unificando Nord, Centro e Sudamerica, oltre ad avere il suo fascino avrebbe anche il pregio di consentire migliori contratti tv e incassi più corposi che consentirebbero di limitare l’emorragia di giocatori verso l’Europa.

Massimo Alemanno