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L'estate è il periodo in cui le squadre svelano i nuovi completi da gioco.
Sino alla fine degli anni Settanta le divise resistevano immutabili per anni. Decenni in alcuni casi. Non è più così. Una maglia rossa col collo a v bianco era chiaramente "Liverpool"; così come una fascia rossa verticale su fondo bianco Ajax; Celtic se a strisce biancoverdi orizzontali; Milan se a strisce rossonere verticali. L'elegante e ormai mitica maglia bianca, con laccetto blu e bordi rossoblu, del Cagliari dello scudetto è stata indossata sino ai giorni in cui in attacco al posto di Gigi Riva e Bobo Gori c'erano Gigi Piras e Pietro Paolo Virdis. L'Olanda ha raggiunto due finali mondiali nel 1974 e 1978 indossando gli stessi completi. Foto di un calcio che non c'è più ma che restano impresse nella memoria, perché le certezze stilistiche e cromatiche di queste squadre non erano eccezioni. Le parole d'ordine, per tutti, erano stabilità, tradizione. La vecchia scuola pretendeva la continuità, nei giocatori e nelle divise, per favorire l'identificazione dei tifosi con la squadra. Calciatori, colori, forme: tutto contribuiva a consolidare il legame.
Adesso si rincorrono le variazioni sul tema (col vincolo sempre meno stringente dei colori sociali), allo scopo di rendere obsoleta la maglia comprata appena uno-due anni prima. Un meccanismo che mira ad alimentare una rincorsa compulsiva alla versione più recente. Manco si trattasse di un elettrodomestico o di un capo d'alta moda. Obiettivo che viene raggiunto anche con la numerazione legata al nome del giocatore, che in caso di cessione rende necessario un nuovo acquisto: chi avrà il coraggio di presentarsi quest'anno al Camp Nou con la maglia numero 14 di Thierry Henry o, se qualcuno l'ha presa, con la 21 di Dmitri Chygrynskiy? Il rischio è di vedersi accomunati a giocatori "scaduti", roba da album dei ricordi e nemmeno dei migliori. In Inghilterra esiste il limite delle due stagioni: ogni kit deve durare almeno un biennio. Un rimedio invocato da padri stufi di impazzire dietro le richieste dei figli, cui si è risposto modificando nell'anno "buco" il secondo o il terzo completo. Una rimozione del passato prossimo apparentemente frenetica in realtà scientificamente pianificata. La rotazione di maglie e giocatori viene imposta alle società dai guru del merchandising. Gli sponsor tecnici hanno sempre più peso decisionale al punto da poter determinare scelte di mercato (il Real Madrid che prende David Beckham), tecniche (la Nike, anche se non è mai stato provato, che pretende la presenza di Ronaldo nella finale dei Mondiali 1998) e, ovviamente, estetiche. Per restare alle novità di questi giorni, sembra incredibile che l'Everton possa indossare la seconda divisa presentata come "rivoluzionaria" dalla Coq Sportif. L'aver messo in rassegna sul sito ufficiale della società le maglie passate per incensare l'ultima creazione è un autogol, che rinfresca la memoria su pulizia e eleganza delle precedenti divise da gioco. Niente a che vedere con il rosa shocking utilizzato per la maglia da trasferta 2010-11. Stesso sconcerto suscitano le mute di maglie fornite dalla Nike per la prossima stagione a Juventus e Inter. Capolavori di rara bruttezza, cui fa da contraltare la maglia che la stessa Nike ha disegnato quest'estate per l'Arsenal: fedele riproduzione della maglia biancorossa con colletto circolare che aveva accompagnato i gunners dagli anni Sessanta all'inizio degli anni Ottanta. Oltre vent'anni, durante i quali ad Highbury hanno visto indossare la stessa maglia giocatori di epoche diverse come George Eastham, Ray Kennedy, Liam Brady, David O'Leary. Unica differenza i materiali e lo sponsor: compromesso accettabile in nome dei tempi che cambiano. Stessa ispirazione avuta dalla Do You Football per celebrare i 100 anni del St Pauli: ben riuscita la seconda maglia, da dimenticare la prima: un doubleface inguardabile. Una strada quella del retrò-da-recuperare inaugurata dalla Umbro che per l'ultima divisa della nazionale inglese è andata addirittura a riprendere un modello degli anni Cinquanta. Scelta esemplare ma sfortunata: verrà ricordata come la maglietta dei mondiali sudafricani, una delle peggiori esibizioni dei Leoni di sempre. ECL
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