Messi, unico e trino

Uno, due, tre: Ecuador affondato e Argentina ai Mondiali. Così risponde un fuoriclasse.
La tripletta di Leo Messi nella vittoria dell’Argentina a Quito in casa dell’Ecuador, assicura alla Coppa del Mondo 2018 il miglior giocatore degli ultimi 10-15 anni e una nazionale in grado di competere per la vittoria finale.
Costretta a vincere per strappare l’ultimo posto utile per andare in Russia, la squadra di Sampaoli si ritrova in svantaggio dopo appena 40 secondi. Un gol che ricorda l’ultimo chiodo sulla bara dell’Albiceleste, incapace di trovare la via del gol nelle ultime due partite e sempre deludente sia con il neo commissario tecnico che col predecessore Egdardo Bauza.
Con le spalle al muro prima di iniziare la partita e in ginocchio dopo nemmeno un minuto di gioco, l’Argentina ha rivelato tutti i suoi limiti attuali: confusa, timida, impacciata. Anche a Quito i biancocelesti balbettano e improvvisano calcio.
E’ il mistero di una nazionale che può permettersi spesso di non convocare giocatori come Higuain, Aguero, Icardi, Pastore o Dybala e mettere in campo un undici ugualmente competitivo.
Talento in abbondanza e problemi pure. L’incapacità di produrre gioco di qualità e di sfruttare appieno la classe di Leo Messi è costata la panchina a Bauza e ha già messo fine alla luna di miele con Sampaoli.
Ma questo eccesso di talento è diventato anche l’argomento chiave per criticare e ridimensionare la presunta grandezza di Leo Messi e il suo posto nella storia del calcio. Il migliore di sempre per alcuni, nemmeno il migliore dei contemporanei o del suo Paese per chi gli preferisce Cristiano Ronaldo o Diego Armando Maradona.
Ma se si parla di nazionale quale giocatore al mondo, oltre Pelè, può reggere il confronto con Maradona? Un campione che ha portato l’Argentina più mediocre di sempre (con il senza squadra Brown nella posizione di libero) a vincere il Mondiale del 1986 e a raggiungere la finale di Italia 90, persa per un rigore. Uno così lo si può eguagliare, non superare.
Ma anziché associare il suo nome alla gloria mondiale come Maradona, Messi ha rischiato di legarlo al momento più imbarazzante della storia del calcio argentino: la mancata qualificazione ai mondiali. Con questa zavorra sulle spalle, il numero dieci del Barcellona si è trascinato compagni, ct e il resto del Paese, asfaltando da solo l’Ecuador. Per un giorno ha messo d’accordo tutti: non è il Barcellona a fare grande Messi, la Pulce brilla di luce propria.
Non c’era bisogno della tripletta di Quito per capirlo: 61 gol in nazionale non sono pochi e perdere le finali di Coppa America ai rigori o quelle Mondiali di misura non è da perdenti. Quelli le finali le guardano, non le giocano. LECHAMPIONS AMERICA