Gareca e Falcioni con la maglia dell'America Cali

Anche chi non è un profondo conoscitore del calcio sudamericano è in grado di citare a memoria perlomeno una ventina di nomi di squadre, in gran parte brasiliane, argentine, forse uruguaiane, cilene e colombiane. Tra queste ultime di sicuro sentirete citare l’Atletico Nacional di Medellin, vincitore della Libertadores 2016, e l’Once Caldas, sconfitto ai rigori dal Porto nel lontano 2004 in quello che fu l’ultimo atto della vecchia Coppa Intercontinentale.

Meno ricordano invece l’America di Cali, squadra capace di dominare la scena nazionale e internazionale per tutti gli anni ’80, arrivando a disputare quattro finali della Coppa Libertadores e ad aggiudicarsi ben 13 titoli nazionali di cui cinque consecutivi, dal 1982 al 1986. Diablos rojos (questo il nome dovuto al diavolo che compare sullo stemma) vengono fondati nel lontano 1927 come club amatoriale di uno dei quartieri più poveri di Cali. Nel 1948 diventano il primo club professionistico della Colombia, contribuendo alla creazione di quel campionato nazionale che conquisterà per la prima volta solo nel 1979, sotto la guida di Gabriel Ochoa Uribe, personaggio simbolo della storia del club.

Nell’America Cali militano molti dei più famosi calciatori colombiani che, specie nel decennio magico, contribuiscono a far nascere la leggenda di questo club. A rileggere le formazioni di quegli anni si leggono i nomi di Willington Ortiz, forse il giocatore colombiano più forte di tutti i tempi, l’argentino Carlos Gareca, i paraguaiani Battaglia e Cabanas (ex Cosmos), Alexander Escobar, Wilmer Cabrera ed Henry Zambrano.

Periodo dorato parallelo a quello dei cartelli della droga, che nel calcio vedono una ghiotta opportunità di riciclaggio. E’ la squadra dei fratelli Orejuela, arcinemici del più famoso Pablo Escobar, capo del cartello di Medellin e mecenate dell’Atletico che nel 1989 contenderà al Milan di Sacchi la Coppa Intercontinentale, dopo essersi aggiudicato il massimo trofeo continentale che era sfuggito per ben tre volte ai diavoli rossi.

I narcodollari pompati nelle casse del calcio colombiano ne favoriscono il boom a livello internazionale, con la nascita di una generazione di giocatori che ha i suoi volti più noti nel funambolico portiere Higuita e nel pittoresco Carlos Valderrama. Gli anni Ottanta sono anche un periodo di assoluta violenza, che culminano con l’omicidio dell’arbitro Alvaro Ortega, reo dell’annullamento di un gol dell’Indipendiente Medellin proprio contro l’America. Assassinio che obbliga alla sospensione e cancellazione del campionato e che precede quello del nazionale Andres Escobar, autore di un autogol contro gli Usa ai mondiali del 1994.

Gli anni Novanta spazzano via l’intero sistema del calcio colombiano, sia a livello di club che di nazionale, dopo la stretta del governo degli Stati Uniti al traffico di cocaina.
E se Escobar viene ucciso dalle forze speciali nel 1993, gli Orejuela, che con il cartello di Cali rimangono i padroni della piazza, vengono arrestati due anni dopo ed estradati negli USA nel 2005.

Nel 1995 arriva la svolta, in negativo, per l’America Cali. Inserito nella cosiddetta Lista Clinton, che impediva alle società e alle aziende di averci rapporti di affari, il club si vede mancare i necessari finanziamenti per mantenere il livello di competitività raggiunto e la quarta finale (persa) di Libertadores rappresenta il canto del cigno a livello internazionale.

A cavallo del terzo millennio l’America torna in auge con la vittoria di tre campionati e del primo, e unico finora, trofeo internazionale: la Coppa Merconorte, conquistata nel 1999 ai danni dei connazionali dell’ Independiente Santa Fe (1-2, 0-1). Segue un lento declino, culminato con la retrocessione in seconda divisione nel 2011, dalla quale la squadra è riuscita a risalire lo scorso anno recuperando la massima categoria, la più adeguata al proprio blasone. Solo il tempo ci dirà se i Diavoli rossi colombiani saranno in grado di allungare la serie di 19 partecipazioni alla Libertadores e vendicare la sfortunata serie di finali perse.

Bestia nera dell’America le squadre argentine, che per ben tre volte su quattro negano ai rossi la possibilità di alzare la coppa. Nel 1985 è l’Argentinos Juiniors di Claudio Borghi, Olguin e Batista (5-4 ai rigori dopo 0-1, 1-0), l’anno successivo tocca al River Plate (2-1, 1-0) di Gallego. E dieci anni dopo il ruolo di ammazza-America tocca ancora al River (0-1, 2-0), stavolta allenato da Ramon Diaz, che può schierare fuoriclasse come Almeyda, Sorin, Francescoli, Ayala e naturalmente l’autore della doppietta che ribalterà il risultato nella partita di ritorno, Hernan Crespo.

In mezzo la sfortunata edizione del 1987, quando la coppa viene assegnata al meglio delle tre partite: la sfida decisiva viene giocata a Santiago del Cile e vede gli uruguaiani del Penarol, che schierano Aguirre, Da Silva e l’ex genoano Perdomo, prevalere di misura per 1-0. Il terzo incontro si era reso necessario perché la Conmebol non adottava la regola del valore doppio per il gol segnato in trasferta. Con le regole attuali il 2-0 di Cali e l’1-2 a Montevideo sarebbero valsi la coppa all’America.

Una maledizione. Gareca e compagni vengono ricordati ancora oggi proprio per le finali perse (tre consecutive) nella massima competizione sudamericana.

Massimo Alemanno

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