Michael Laudrup (Barcellona)

Barca alla deriva? Dai peana al de profundis. Non ci sono mezze misure quando si parla del Barcellona. E’ nella natura di una società che storicamente non ambisce a vincere ma a stravincere.
Dream Team: RomarioIl successo deve arrivare attraverso un calcio tecnico e spettacolare. Il Real ha inventato il mito dei “galacticos” ma se al Bernabeu è in vigore la filosofia del dover vincere a ogni costo, è al Camp Nou che da sempre si punta allo spettacolo come via maestra verso la vittoria. Un approccio che spiega l’enorme quantità di fantasisti e giocatori tecnici che questa squadra può vantare. Una collezione incredibile che va da Ladislao Kubala a Leo Messi, passando per Hugo Sotil, Johan Cruyff, Allan Simonesen, Diego Maradona, Michael Laudrup, Romario, Ronaldo, Prosinecki, Giovanni, Rivaldo, giusto per citare i primi che vengono in mente. Ma, limitandosi agli ultimi trenta-quarant’anni, si potrebbero fare almeno tre squadre di soli numeri dieci di livello mondiale.
L’avventura di Pep Guardiola alla guida della prima squadra era partita quest’estate all’insegna di questa tradizione. Dopo le difficoltà delle prime settimane di preparazione e la sconfitta all’esordio in campionato contro il Numancia con un mesto 1-0, il Barcellona ha ritrovato la sua natura di squadra offensiva e spettacolare, sbriciolando le difese avversarie alla media di tre gol a partita, frantumando ogni record: miglior attacco, miglior difesa, maggior numero di vittorie, maggior numero di punti, maggior distacco sulla seconda. Nemmeno il Dream team allenato da Johan Cruyff (che schierava Guardiola nella posizione di regista arretrato), capace negli anni Novanta di conquistare quattro titoli in cinque campionati, poteva vantare statistiche simili.
E’ bastato poco al giovane tecnico catalano per cancellare il predecessore Frank Rijkaard, dimenticato così come Ronaldinho a suon di vittorie e prodezze, e essere elevato al rango di grandissimi come Rinus Michels, Helenio Herrera e, naturalmente, Johan Cruyff. I confronti erano tra il 3-4-3 dell’olandese e il 4-3-3 di Guardiola, che ha spostato Puyol sulla fascia sinistra, riportato Marquez stabilmente in difesa, e “costretto” la squadra a giocare in trenta metri. Questa la distanza tra difensori e attaccanti. Squadra cortissima e molto duttile. Contro le difese più fragili il Barca chiude gli spazi agli avversari nella loro metà campo, e questa pressione determina crepe che presto diventano falle in cui vanno a nozze Messi, Henry e Eto’o. Contro le difese più solide, quelle che beneficiano di una migliore copertura a centrocampo, il pressing viene fatto partire dal Barca nella propria trequarti, in modo da concedere più spazi alle ripartenze del trio d’attacco. Proprio la capacità dei tre di vincere gli uno contro uno sia negli spazi stretti a difesa schierata che in quelli aperti dal contropiede è la chiave che guida Guardiola volta per volta nella scelta della tattica difensiva più efficace. Una rivisitazione personalizzata di Sacchi, Zeman e Cruyff. Ma anche di Carletto Mazzone, che ha allenato Guardiola a Brescia per un breve periodo, sorprendendo il regista catalano che si aspettava un tecnico della vecchia generazione e si è trovato davanti un sostenitore della difesa a tre, della zona integrale e di due punte centrali supportate da due ali capaci di saltare l’uomo e andare sul fondo. Un 3-5-2 già utilizzato a Cagliari e Roma ma mai esaltato dai giornali nazionali e sconosciuto alla stampa straniera.
Leo Messi: il miglioreL’approccio costruttivo di Guardiola è la negazione di quel che si sente teorizzare e mettere in pratica un po’ ovunque: «Gli attaccanti devono essere i primi difensori», capaci di pressare i difensori avversari per consentire a centrocampisti e difensori di rifiatare e giocare d’anticipo su passaggi sporchi, imprecisi o comunque sempre disturbati. Filosofia vecchia che, al momento, ha in Benitez e Mourinho i portabandiera di maggior successo e che non è mai appartenuta al Barcellona. I quattro mesi di vittorie abbaglianti dei blaugrana in questa stagione, erano il premio a una tradizione, a una mentalità che rende questo club unico. Mas  que un club. Non solo nell’orgogliosa rivendicazione di catalanità ma anche come simbolo di coraggio e positività. Ieri nell’opposizione al regime franchista (personificato in campo dal Real Madrid) e alle sponsorizzazioni di ogni tipo, oggi nell’ostentato snobismo verso il conformismo tattico (“Noi amiamo il bel gioco”) e commerciale (“Siamo l’unica squadra che paga lo sponsor – l’Unicef – perché non vogliamo soldi ma contribuire a migliorare il mondo”). Un modello. Sino a tre settimane fa.
Poi è cambiato tutto. Un pareggio in Champions League nell’andata degli ottavi contro il Lione, un pari e due sconfitte in campionato, al Camp Nou nel derby contro l’Espanol dell’ex Ivan De la Pena e al Vicente Calderon contro l’Atletico Madrid (sconfitti 4-3 al 90′ dopo aver condotto 2-0). E nel giro di due settimane la squadra dei record è diventata un colabrodo, emblema di paura e confusione. Vista l’inerzia, quasi tutti in Spagna sono pronti a scommettere sul sorpasso del Real.
E così l’ex santo subito Guardiola è sul banco degli imputati perché non copre di più la squadra, insiste a schierare tre punte e a confermare Victor Valdes tra i pali (il gol subito da Juninho Pernambucano in Champions League è una perla di malposizionamento del portiere catalano).
Frank Ribery: futuro al Camp Nou?L’ammirata diversità del Barca adesso è vituperata e derisa, così come la capacità della società di programmare e di assommare giocatori di talento. Al punto che anche la notizia dell’acquisto per la prossima stagione di un campione formidabile come il francese Frank Ribery (al Bayern andrebbero Hleb e 20 milioni) è stata criticata: “Serve solo a destabilizzare la squadra”. La flessione del Barcellona, innegabile, dipende da un calo fisico naturale e prevedibile. Che nel corso della partita produce dei microritardi nei contrasti, nei passaggi, negli inserimenti, che, in un meccanismo perfettamente sincronizzato come quello messo in piedi da Guardiola, provocano gravi danni. E così quando si iniziano a concedere uno-due metri agli avversari, si arriva in ritardo sulla palla, le distanze tra i reparti si allungano, i tagli difensivi diventano buchi.
Ecco spiegate le vittorie che diventano sconfitte, l’appannamento di Xavi, le difficoltà di Yaya Toure e Keita. Quella del Barcellona è una flessione più complicata rispetto a quella di squadre conformiste come Real, Inter, Chelsea. Per giocare un calcio offensivo, fatto d’anticipo in difesa e voglia di rischiare in avanti, sono necessarie concentrazione e grande convinzione. Le sconfitte tolgono entrambe. In Barca al momento più che a corto di benzina (basta un piccolo rabbocco), è in crisi di fiducia. Sembra di vedere Federer contro Nadal, con lo svizzero che viene colto da vertigini appena sopra nel punteggio.
La minaccia del Real Madrid di Juande Ramos e del suo 4-4-2 poco ermetico ma molto schematico (come sta imparando a sue spese Rafael Van der Vaart) vale più di un campionato e per questo l’idea di perdere la Liga dopo averla “vinta” già a dicembre sta schiacciando Guardiola e i suoi ragazzi. Come sempre accade tra Barcellona e Real Madrid la sfida sul campo si porta appresso quella tra filosofie, storie e culture opposte. Riprendere a correre per il Barcellona è vitale. Invertendo per una volta il percorso: urge la vittoria per ritrovare il bel gioco. Altrimenti il termine di paragone non sarà più Cruyff ma un campione di tennis svizzero. In palio non c’è solo una “banale” Liga ma la riaffermazione di un’identità, di una visione: anche i più bravi sanno vincere.

Gianni Serra
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