

Il pomeriggio del 18 gennaio di 35 anni fa Luciano Re Cecconi, regista della Lazio campione d’Italia ’74, viene ucciso in una gioielleria di Roma. Il processo assolve il gioielliere Bruno Tabocchini dall’accusa di eccesso di legittima difesa per aver sparato al calciatore laziale, colpevole di essersi presentato nel negozio fingendo una rapina. Uno scherzo finito in tragedia è la ricostruzione dei giudici. Ricostruzione contestata nel libro di Maurizio Martucci Non scherzo, Re Cecconi 1977, La verità calpestata, dove si nega che il calciatore avesse proferito parola prima di venire ucciso dal gioielliere, che avrebbe beneficiato della legislazione d’emergenza in vigore negli Anni di piombo che ampliava di parecchio l’ambito della legittima difesa. Solo un mese e mezzo prima Re Cecconi e alcuni compagni avevano portato in spalla la bara di Tommaso Maestrelli. Un doppio lutto che metteva fine all’era della Lazio del primo scudetto. Un gruppo di giocatori entrato nella storia del calcio come uno dei più dotati e turbolenti di sempre.

La leggenda di quella Lazio nasce in Europa il 16 settembre 1970, con la doppietta di Giorgio Chinaglia nei cinque minuti finali della sfida con l’Arsenal: gara di andata dei trentaduesimi di finale della Coppa delle Fiere 1970-71 e prima partita europea della storia laziale. Nella formazione schierata da Juan Carlos Lorenzo, Nanni, Wilson e Chinaglia sono i soli che faranno parte dell’undici titolare che quattro anni più tardi si sarebbe laureato campione d’Italia. Quello con l’Arsenal è un battesimo del fuoco per la Lazio. All’Olimpico i gunners si presentano da detentori del trofeo, forti di una coppia d’attacco formidabile formata da John Radford (che assicurava il movimento) e Ray Kennedy (lo sfondatore che quattro anni più tardi si sarebbe trasferito al Liverpool per reinventarsi, con successo, mezzala sinistra). I due, che al termine della stagione avrebbero guidato l’Arsenal al Double campionato-coppa d’Inghilterra, mettono in grossa difficoltà la difesa biancoceleste e proprio Radford in apertura di ripresa, tra il 52′ e il 56′, firma l’uno-due che sembra chiudere il discorso qualificazione; Chinaglia lo riapre all’85’ sfondando la difesa londinese e raddoppiando quattro minuti più tardi dal dischetto. Nel ricevimento post-gara, voluto da Lenzini in onore degli ospiti, scoppia una rissa tra giocatori: quelli dell’Arsenal non gradiscono i borselli in pelle regalati dai laziali (“magari si usavano in Italia ma per noi erano troppo effeminati” ricorda Ray Kennedy nella sua autobiografia Ray of Hope) e iniziano a lanciarseli tra i tavoli; a loro volta i biancocelesti non gradiscono l’accoglienza a quello che è pur sempre un regalo e parte una rissa da saloon, che si trascinerà fuori dal ristorante e serve solo ad aumentare la tensione in vista della gara di ritorno, che i laziali inizialmente minacciano di disertare. La settimana dopo ad Highbury la Lazio scende regolarmente in campo e non crea nessun problema all’Arsenal né in campo né fuori: 2-0 e passaggio ai sedicesimi per i gunners, che chiuderanno la loro corsa nei quarti contro il Colonia. Se quell’Arsenal avrebbe poi firmato il Double, la Lazio finirà al penultimo posto della serie A.
Una retrocessione sorprendente che aprirà la strada all’arrivo sulla panchina laziale di Tommaso Maestrelli, che nel campionato appena concluso alla guida del Foggia aveva inflitto ai biancocelesti un umiliante 5-1 (tra i foggiani a segno Re Cecconi). Il benvenuto riservato al nuovo allenatore è abbastanza traumatico: uno spogliatoio esplosivo dove Wilson appena nominato capitano chiede di non esserlo più; Di Vincenzo contesta pubblicamente il tecnico nel corso di una partita; parte della squadra e della tifoseria auspica il ritorno di Lorenzo. Sebbene controvento sin dall’avvio, Maestrelli riporta la Lazio in A al primo tentativo. E per il ritorno nella massima serie ottiene dalla dirigenza gli acquisti dal Foggia di Luciano Re Cecconi (che assieme a Franco Nanni affiancherà a centrocampo il regista Mario Frustalupi) e dal Novara di Felice Pulici (nuovo numero uno al posto di Bandoni). Da neopromossa la Lazio va ben oltre l’obiettivo di inizio stagione di una tranquilla salvezza, e arriva a giocarsi il titolo del campionato 1972-73 all’ultima giornata con Milan e Juventus. I rossoneri, quattro giorni dopo aver vinto la Coppa delle Coppe a Salonicco contro il Leeds United, crollano 5-3 a Verona; la Lazio a Napoli vede svanire lo spareggio-scudetto a un minuto dalla fine, quando subisce l’1-0 firmato da Damiani e il tricolore va così alla Juventus che supera 2-1 la Roma all’Olimpico (mai sconfitta più dolce per i giallorossi). Il terzo posto finale garantisce ai ragazzi di Maestrelli la qualificazione alla Coppa Uefa 73-74.

Il ritorno in Europa viene festeggiato dai biancocelesti con una tripletta di Chinaglia che firma il 3-0 al Sion, seguìto nella gara di ritorno dei trentaduesimi di finale da un pericoloso 1-3 in Svizzera, seguito da una rissa negli spogliatoi tra Martini e Chinaglia. Nei sedicesimi la Lazio trova l’Ipswich Town. Agli inglesi nel turno precedente era bastata un’autorete nella gara di andata per eliminare il Real Madrid, che aveva appena acquistato dal Borussia Moenchengladbach il regista della nazionale tedesca Gunter Netzer, il giocatore al quale, per somiglianze fisiche e calcistiche, veniva accostato sempre più spesso Luciano Re Cecconi. Il 24 ottobre 1973 a Portman Road è però il giorno di Trevor Whymark: in cinquanta minuti, tra il 16′ e il 56′, sbriciola da solo la difesa laziale e firma il 4-0 che garantisce virtualmente il passaggio agli ottavi per la squadra di Bobby Robson. Nella sfida di ritorno all’Olimpico la formazione di Maestrelli gioca solo per l’orgoglio. La rete segnata da Renzo Garlaschelli al primo minuto e il raddopio di Giorgio Chinaglia al 26′ trasformano improvvisamente una gara disputata per onor di firma in una sfida incandescente. La Lazio mette i Tractor Boys alle corde: Best evita il terzo gol in un paio d’occasioni. Al 67′ l’arbitro olandese Van der Kroft mette fine ai sogni laziali di rimonta, decretando un rigore per fallo di Oddi su Woods. Chinaglia guida la carica dei compagni sul direttore di gara che, incassato qualche colpo, riesce finalmente a far calciare il penalty che Vilyoen trasforma. Con tifosi e giocatori di casa ormai fuori controllo la partita diventa una corrida: Van der Kroft, che inizia a pensare come salvare la pelle, all’83’ concede un rigore molto generoso alla Lazio, trasformato da Chinaglia; tre minuti più tardi convalida il 4-1 laziale, segnato ancora dal centravanti di casa, stavolta in evidente fuorigioco. Al 90′ Johnson, subentrato a Woods pochi minuti prima, sigla il secondo gol inglese che fissa il punteggio finale sul 4-2 per la Lazio. Col triplice fischio finisce la partita e riprende la gazzarra, che riesploderà violentemente negli spogliatoi con un’aggressione al portiere ospite David Best. Spettacolo indecente, aggravato dall’invasione di campo di alcuni tifosi, che l’Uefa sanzionerà con la squalifica della Lazio dalle competizioni europee per un anno.
Le tensioni, interne ed esterne, anziché destabilizzare sembrano dare forza ai ragazzi di Maestrelli. In campionato, dopo la vergognosa uscita dalle coppe, la Lazio pareggia a Cesena e in casa con l’Inter per poi vincere sei gare consecutive contro Cagliari, Roma, Napoli, Verona, Milan, Genoa. Una striscia positiva che mette le ali alla squadra di Maestrelli che si laureerà campione d’Italia per la prima volta nella sua storia, con due lunghezze di vantaggio sulla Juventus campione uscente. La follia coll’Ipswich costa cara perché la squalifica impedirà all’Italia di avere la sua rappresentante nella Coppa Campioni 1974-75.

Col tricolore sul petto e senza impegni continentali la Lazio parte bene nel campionato 74-75. Ma l’improvvisa scoperta di un tumore in fase avanzata costringe Tommaso Maestrelli a lasciare la panchina a Bob Lovati nelle ultime cinque giornate. Lo scudetto ritorna alla Juventus, mentre la Lazio chiude al quarto posto che vale la qualificazione alla Coppa Uefa 1975-76. Il male che ha colpito Maestrelli è uno shock per tutta la tifoseria. E per la squadra. Che il presidente Umberto Lenzini pensa bene di smontare (via Oddi, Frustalupi e Nanni) e affidare a Giulio Corsini. Scontato l’anno di squalifica, i biancocelesti ritrovano l’Europa il 17 settembre 1975 a Odessa. Contro il Chernomoretz arriva una sconfitta di misura: 1-0. Due settimane dopo all’Olimpico i biancocelesti, osservati in tribuna da Tommaso Maestrelli, regalano un vero mercoledì da leoni. Con le due squadre in dieci dal 27′ per le espulsioni di Ammoniaci e di Doroschenko, la partita perde presto ogni ordine tattico. Chinaglia guida l’attacco, spalleggiato dal giovanissimo Bruno Giordano e da Roberto Badiani: la Lazio lascia spazi enormi al contropiede nella ricerca del gol che manderebbe la partita ai supplementari. L’1-o laziale arriva a un minuto dalla fine dei regolamentari, quando per fallo su Garlaschelli (entrato al 63′ al posto di Ferrari) l’arbitro ungherese Palotai concede ai padroni di casa un rigore trasformato da Chinaglia. Nella mezz’ora finale il bomber biancoceleste va a segno altre due volte, firmando un memorabile 3-0 che manda la Lazio ai sedicesimi dove affronterà il Barcellona di Johan Cruyff, Hugo Sotil e Johan Neeskens. Difficile immaginare una sfida più esaltante. Ma quando c’è di mezzo la Lazio la normalità è bandita: la partita in programma il 22 ottobre all’Olimpico non viene giocata per il rifiuto della squadra italiana di scendere in campo. L’Uefa assegna a tavolino il 3-0 ai blaugrana, allibiti dalla scelta della società romana di boicottare il match per protesta contro il regime franchista che pochi giorni prima aveva giustiziato alcuni oppositori.

Protesta incomprensibile per i catalani, da sempre oppositori del regime franchista, col quale invece venivano identificati dal boicottaggio laziale. Per evitare un nuovo bando internazionale, i biancocelesti scendono in campo nella gara di ritorno al Camp Nou. Per i ragazzi di Corsini non c’è nessuna speranza di ribaltare lo 0-3 contro la squadra di Cruyff, premiato prima del calcio d’inizio col terzo Pallone d’oro della carriera (un record, poi eguagliato da Platini, Van Basten e Messi). La resistenza laziale dura appena sei minuti: l’asso peruviano Sotil, dopo una parata di Pulici e una traversa, porta in vantaggio il Barca, che raddoppia allo scadere del primo tempo con Cruyff. In avvio di ripresa Chinaglia si fa parare un rigore da Mora, mentre Neeskens e Fortes nei dieci minuti finali firmano il 4-0 catalano. Sarà l’ultima partita nelle coppe per molti campioni biancocelesti.
Con la Lazio penultima in campionato a cinque punti, Lenzini esonera Corsini. All’ex allenatore della Sampdoria costano caro i risultati deludenti e il braccio di ferro con Chinaglia, al quale aveva negato il permesso, già concordato con la società, di poter andare una volta al mese negli Usa dalla moglie. La Lazio richiama Maestrelli, che sembra trarre giovamento da una terapia sperimentale condotta contro il tumore. Il 7 dicembre 1975 all’Olimpico l’attesa è enorme per il ritorno in panchina del tecnico dello scudetto. Ma la Lazio è messa così male che al Napoli basta un gol di Boccolini dopo 11 minuti per espugnare Roma e conquistare la vetta della classifica. A quattro giornate dalla fine all’Olimpico arriva il Torino di Gigi Radice, lanciato verso la conquista del titolo. Un’autorete di Claudio Sala al 64′ firma il clamoroso vantaggio laziale, pareggiato all’89’ da un altro autogol, stavolta di Re Cecconi. Sarà l’ultima partita nella serie A italiana di Giorgio Chinaglia che lascia Roma e la Lazio per trasferirsi ai New York Cosmos nella Nasl. Alla prima gara senza il loro totem i biancocelesti dimostrano carattere e coraggio, cancellando i timori che la partenza di Chinaglia segnasse un rompete le righe collettivo. A Firenze Giordano e compagni danno l’anima ma finisce 4-3 per i viola. Un colpo da ko che sembra definitivo. La serie B, già matematica per il Cagliari campione d’Italia 1970, è quasi certa anche per i campioni d’Italia 1974, penultimi con 20 punti assieme al Como, con l’Ascoli che a quota 21 occupa il quart’ultimo posto che significa salvezza; a 22 Samp e Verona.

Per la 29a giornata all’Olimpico arriva il Milan. Maestrelli riesce nel miracolo di rimettere in piedi la squadra, convincendo i suoi che la sconfitta con la Fiorentina non è un segno della cattiva sorte ma la conferma della loro forza: la Lazio asfalta i rossoneri di Trapattoni, umiliando Albertosi e Rivera con un incredibile 4-0. Un successo formidabile che non salva ma rilancia i biancocelesti, che possono così giocarsi la salvezza a Como negli ultimi novanta minuti del campionato. Al calcio d’inizio dell’ultima giornata sono cinque le squadre che rischiano di finire tra le due che seguiranno il Cagliari in B: Verona 23 punti, Lazio, Ascoli e Sampdoria 22, Como 20, Cagliari 17. Quello del 16 maggio 1976 al Sinigaglia è un vero e proprio spareggio-salvezza. Il Como per evitare la retrocessione deve vincere e sperare nelle disgrazie altrui; mentre i due punti garantirebbero automaticamente la salvezza ai laziali, che non potrebbero inziar peggio la sfida: dopo poco più di un quarto d’ora il Como è già 2-0 grazie alle reti di Pozzato al 6′ e Correnti al 17′; Giordano dimezza lo svantaggio al 20′ e da quel momento il traffico è tutto verso la porta di Rigamonti. Chiuso l’intervallo in svantaggio, la Lazio trova il pari in apertura di ripresa: Re Cecconi fa il Netzer e il Benetti assieme, partendo dalla sua trequarti per tagliare in due la retroguardia comasca e servire un assist che Badiani mette dentro, firmando il definitivo 2-2. Un punto a testa. Non basta al Como che retrocede, mentre la Lazio sale a quota 23 assieme all’Ascoli, che in casa non è andato oltre l’1-1 con la Roma e scende in B per la peggiore differenza reti rispetto ai biancocelesti.
L’entusiasmo per la retrocessione scampata è di breve durata. Le condizioni di salute di Maestrelli sono peggiorate e il tecnico è costretto nuovamente a dire addio alla panchina. Le speranze di rilancio del popolo biancoceleste sono riposte nella Primavera, che sotto la guida di Paolo Carosi si è appena laureata campione d’Italia. Di quel gruppo, oltre a Giordano e Manfredonia già nel giro della prima squadra, fanno parte Di Chiara, De Stefanis, Agostinelli, Montesi. L’evidente declino di alcuni senatori, la partenza di Chinaglia, i successi dei giovani, l’aggravarsi della malattia di Maestrelli (passato al ruolo, fisicamente meno impegnativo, di direttore tecnico), spingono Lenzini ad affidare la panchina per la stagione 1976-77 a Luis Vinicio, con l’obiettivo dichiarato di avviare un nuovo corso che dia sempre più spazio alle nuove promesse, affiancate dai nuovi acquisti Fernando Viola (di ritorno dallo sfortunato prestito al Cagliari), Claudio Garella (riserva di Pulici), Ciccio Cordova (l’ex capitano della Roma aveva scelto la Lazio dopo aver saputo della decisione della dirigenza giallorossa di cederlo al Verona) e dai baluardi della vecchia guardia Wilson, Re Cecconi e D’Amico.
Il campionato 76-77 si presenta carico di incognite e aspettative per la nuova Lazio, che alla prima giornata ospita all’Olimpico la Juventus. Ai padroni di casa non bastano i gol di Re Cecconi e Giordano, Bonisegna e una doppietta di Bettega danno il 3-2 ai bianconeri. Una settimana dopo a Firenze il pronto riscatto: una rete di Giordano e le parate di Pulici firmano il primo successo dell’era Vinicio, con Re Cecconi che mostra già un’ottima intesa con Cordova. Un’accoppiata che ricorda parecchio quella con Frustalupi e già fa sognare i tifosi biancocelesti. Per la terza giornata, il 24 ottobre 1976, all’Olimpico arriva il Bologna. I rossoblu sono privi dell’infortunato Bellugi ma schierano tra i titolari l’ex Franco Nanni e in panchina il futuro biancoceleste Stefano Chiodi. Martini sblocca il risultato per i padroni di casa già al 4′; partita subito in discesa con Cordova e Re Cecconi che controllano la gara a piacimento. Tutto liscio sino al 20′ quando Re Cecconi si accascia a terra: infortunio al ginocchio sinistro. La partita finisce 3-0 ma la Lazio sa che dovrà fare a meno del suo numero 8 per diverse settimane. Più tempo per la moglie e i due piccoli figli ma per il centrocampista laziale è difficile mandar giù l’inattività obbligata dal primo infortunio serio della carriera. Il 2 dicembre arriva la notizia della morte di Maestrelli: Re Cecconi, ancora alle prese con la riabilitazione, è tra i giocatori che portano in spalla la bara del tecnico dello scudetto. Nel pomeriggio del 18 gennaio, dopo aver completato senza intoppi la prima partitella di allenamento coi compagni, Re Cecconi accompagna Ghedin e un amico in gioielleria. ECL EUROPA
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