Coppa Uefa 79-80: Borussia M.- Inter 1-1 (24.10.79)
Coppa Campioni 1972: Ajax-Inter 2-0
Coppa Campioni 1972: Ajax-Inter 2-0

Quarant’anni fa Ajax e Inter si affrontavano a Rotterdam in finale di Coppa Campioni. Un match dominato da Johan Cruyff che con una doppietta firmava il 2-0 olandese. In tribuna tra i tifosi interisti un giovanissimo David Endt. Al tempo l’attuale team manager dell’Ajax era uno dei ragazzi più promettenti del settore giovanile dei Lancieri, ma il suo amore per i nerazzurri era tale da impedirgli di tifare per la squadra che gli aveva appena offerto un contratto da professionista.
Endt,  autore del bellissimo “Mijn Inter” (La mia Inter), ripercorre con LECHAMPIONS.it mezzo secolo di Inter nelle coppe internazionali: dagli exploit dei tempi di Herrera, alle imprese dimenticate della squadra di Bersellini per arrivare a Coutinho.

David, quando hai iniziato a tifare Inter?

La mia storia d’amore per l’Inter inizia a un’età in cui non è previsto che tu abbia ancora storie d’amore. Avevo 8-9 anni quando l’Inter vinceva due volte di fila la Coppa Campioni e la Coppa Intercontinentale. Il calcio olandese era ancora lontano dall’aver successo e le squadre straniere come Real Madrid, Benfica e Milan erano i punti di riferimento. Quando giocavamo a calcio in strada con gli amici del vicinato, prendevamo i nomi di Gento, Puskas, Di Stefano, Eusebio o Rivera. Poi naturalmente, con i successi dell’Inter, quelli di Mazzola, Facchetti, Suarez, Corso e così via. L’Inter era davvero importante. E credo avesse un grande impatto anche per via dei colori. Ripensandoci, sono sicuro che anche l’aspetto romantico abbia avuto un ruolo nel’innamoramento, proprio come accade nelle storie d’amore: l’Inter era lontana, in un Paese lontano, esotico, col sole, dove il calcio era al top, così noi immaginavamo e leggevamo (le fonti di informazione erano quelle:  anche nelle case dove c’era la tv di calcio si parlava ben poco). Affamati di notizie leggevamo qualunque trafiletto riguardasse l’Inter e tutto il calcio internazionale. Potevi usare l’immaginazione, potevi  sognare.

Facchetti e Suarez sollevano la coppa Intercontinentale 1964Un’altra era. Adesso la tv copre pure gli allenamenti e le amichevoli più insignificanti…

Vero. Oggi è più difficile per i bambini di quell’età, perché sono inondati di informazioni, possono vedere così tante partite, non c’è più spazio per l’immaginazione e i sogni. Quando giocavamo le nostre partitelle in strada, con noi c’erano due ragazzini che avevano cinque anni più di noi. Per noi erano dei modelli, i nostri eroi. Sapevano tanto più di noi e noi stavamo ad ascoltarli. Qualche anno dopo andarono in Italia per veder giocare l’Inter. Tornarono con un sacco di storie da raccontare. Il calcio italiano era avanti anni luce rispetto a quello olandese, così almeno ci sembrava. Era il paradiso. Avevano foto, riviste, filmini super 8 degli allenamenti dell’Inter al campo di San Pellegrino. Dopo le vacanze i due ragazzi ci invitarono a vedere i filmini che avevano registrato e altri di alcune partite dell’Inter che avevano comprato a Milano. Pomeriggi davvero mitici. E poi quando scendevamo in strada a giocare io ero ‘Mazzola’. Suonava così bene, e poi non era lui il miglior attaccante nerazzurro?

A metà degli anni Sessanta club olandesi come Ajax e Feyenoord hanno iniziato a
vLa copertina del libro La mia Inter di David Endtenir fuori anche in campo europeo…
Poco tempo dopo i trionfi dell’Inter, sono arrivati anche i primi risultati delle squadre olandesi, che finalmente iniziavano a mostrare il loro potenziale. Noi che vivevamo ad Amsterdam non ci rendevamo conto della grande qualità che stava venendo fuori nell’orticello di casa. Ma quando l’Ajax superò il Liverpool nel 1966 e poi raggiunse l’irraggiungibile (la finale della Coppa dei Campioni nel 1969), abbiamo capito che qualcosa di speciale era accaduto nella nostra Amsterdam! E naturalmente andavamo alle partite casalinghe dell’Ajax, eravamo ammirati dal vedere un certo Johan Cruyff illuminare il terreno di gioco. Eppure non ho mai abbandonato l’Inter. Ero orgoglioso di quella squadra. Discutevo animatamente sul  catenaccio per difendere l’immagine della mia squadra. E ho imparato pure l’italiano, io che a scuola ero normalmente pigro e interessato solo al calcio. Volevo sapere tutto e, come i ragazzi più grandi in precedenza, iniziai a andare a vedere l’Inter ogni volta che giocava in Olanda o nei paraggi. Andai anche in vacanza in Italia e visitai la sede dell’Inter di Via Dante, per poi tornare, come i miei amici avevano fatto anni prima, pieno di foto, libretti, opuscoli, riviste. Devo dire che non si trattava solo di una passione per l’Inter: eravamo fan scatenati di tutto il calcio italiano, quando era possibile andavamo a vedere  tutte le squadre italiane e pure la nazionale, facevamo il tifo per tutte.  Ma l’Inter restava la numero uno, nessuna importanza se faceva bene o male. Tutti i miei amici di infanzia sono ancora tifosi dell’Inter tranne alcuni passati alla Juventus: traditori! Ogni tanto ci ritroviamo, come due anni quando l’Inter ha affrontato il Bayern nella finale di Champions League. Che gioia quando Milito ha segnato e quando Zanetti ha sollevato la coppa. Abbiamo festeggiato come bambini!

Non è stata la prima volta in cui vedevi l’Inter in una finale di Coppa Campioni…
No, avevo visto Ajax-Inter nel 1972. Per gli altri ero un pazzo. A quel tempo ero un discreto giocatore, a 17 anni l’Ajax mi aveva inserito nella squadra juniores e mi aveva offerto un contratto da professionista per poi inserirmi nella Primavera. Erano proprio i giorni in cui l’Ajax affrontava l’Inter nella finale di Coppa Campioni di Rotterdam. Pur di assistere alla gara tra i tifosi interisti, scelsi una via molto complicata per comprare i biglietti per assistere alla partita, attraverso un Inter Club di Milano. Poi assieme agli altri interisti del mio vicinato prendemmo il treno per Rotterdam con addosso quei suggestivi colori nerazzurri, e una grande bandiera nerazzurra su cui mia madre aveva cucito in lettere bianche la scritta: I N T E R.

C’è un giocatore o un allenatore che più Sandro Mazzola e Helenio Herreradi altri incarna il Dna nerazzurro?
Scegliere una persona che riassuma in sé il Dna dell’Inter è pressoché impossibile. I primi nomi che vengono in mente sono quelli di Mazzola, il mio eroe d’infanzia, naturalmente Facchetti, Corso, capitan Picchi. Ma anche Boninsegna, Bergomi e Zenga. Tra i giocatori di oggi Zanetti. Ma il personaggio più influente e caratteristico è stato, secondo me, Helenio Herrera. Non ha inventato il catenaccio ma lo ha sublimato e ha instillato nella squadra un carattere, una personalità che prima erano sconosciuti (forse Mourinho ha riportato un po’ di quella forza). Herrera era un simbolo per la grandezza, la forza di volontà, gli aspetti psicologici. Era un visionario, una persona all’avanguardia, con quel pizzico di follia tipico dei geni. Due anni prima che morisse ero andato a trovarlo nella sua casa a Venezia. Alla sua età parlava dell’Inter nei dettagli, come se fosse ancora l’allenatore. Mostrando eccitazione, rabbia, gioia, saltando sulla sedia, girando per la stanza, spostando i magneti sulla lavagna per farmi vedere come avrebbero dovuto essere disposti i giocatori. Capace di infuriarsi per gli errori arbitrali ai danni dell’Inter. Che personaggio!

Coppa Uefa 79-80: Borussia M.- Inter 1-1 (24.10.79)
24 ottobre 1979: Borussia M'bach-Inter 1-1

Herrera allenatore ideale, come completeresti il podio dei migliori tecnici nerazzurri?
Allora, come ho detto, Herrera è il primo perché ha trasformato l’Inter in un mito, una potenza mondiale rispettata per sempre. Poi Jose Mourinho. Un altro uomo posseduto dal calcio, dalla voglia di vincere e di essere più furbo degli avversari. Un asso nel gestire lo spogliatoio. Un gran personaggio come Herrera ma in chiave moderna. Intelligente e coraggioso. Terzo. Eugenio Bersellini. Perché una delle partite più belle che ho visto aveva lui in panchina. Era Borussia Moenchengladbach-Inter 1-1 del 1979. L’Inter giocò meravigliosamente per ritmo e equilibrio. Una squadra con Altobelli, Beccalossi e tanti giocatori delle giovanili. Ma la forza stava nell’insieme: un mix di jazz e rhythm and blues. Ero così innamorato di quella squadra, dal riscaldamento sino al fischio finale, abbinava la forza muscolare all’eleganza di un balletto. L’anno dopo ero al campo di allenamento di Appiano Gentile. Mi avvicino per salutare Bersellini  e gli ricordo quella partita col Borussia. Si emozionò. Anche per lui quella era una delle partite migliori. Poi continuammo a parlare della bellezza e della perfezione espresse dall’Inter in quella gara nel suo stanzino vicino al campo d’allenamento.

Passiamo ai giocatori: la tua Inter preferita.
SartiBurgnichFacchettiBedin(Tagnin)GuarneriPicchiJairDomenghiniMazzolaSuarezCorso. Il dream team per eccellenza. Ma ho amato anche la squadra della fine anni Settanta-inizi anni Ottanta, con il giovane Bergomi, poi Zenga, Ferri, Baresi, Bini, Sabato, Mandorlini, Matteoli, Marini  Altobelli, Beccalossi, Muraro. Era così italiana. Potrei abbracciare quella squadra.

I giocatori più deludenti.

Da bravo team manager non dovrei parlare di giocatori deludenti. Scherzo. Ce ne sono stati parecchi presentati come stelle e uomini in grado di riportare l’Inter al successo ma che poi hanno fallito o, e qui è di nuovo il team manager che parla, non hanno trovato le giuste condizioni per potersi esprimere al meglio.

Nomi…

Ricordo che Anastasi venne all’Inter attraverso uno scambio con la Juventus che si prese Boninsegna. Anastasi era un giocatore di grande istinto, amico di Mazzola, secondo quanto mi era stato detto. Ma all’Inter niente da fare, neanche un assaggio della sua bravura. Naturalmente avrà anche sofferto del fatto che, al suo contrario, Boninsegna stesse facendo molto bene con la Juventus. Molti giocatori sono stati sopravvalutati, non avevano la giusta mentalità o non avevano semplicemente la classe necessaria per poter giocare nell’Inter. Penso a Pancev, Ince, Sukur, Gresko. Ma per me la delusione maggiore è stata l’impossibilitàDennis Bergkamp (Inter) di Dennis Bergkamp di mostrare con la maglia nerazzurra di essere un giocatore di classe mondiale, come poi avrebbe confermato nel resto della carriera. Un fallimento che era legato anche alla squadra e non, come ancora molti sostengono all’Inter, ai suoi limiti come calciatore. Credo che Dennis, dal punto di vista della personalità, non fosse il tipo di giocatore che serviva all’Inter. Ma mi fa soffrire ancora, perché ero così fiducioso e felice che Dennis fosse passato dall’Ajax all’Inter. Mi aspettavo davvero tanto da lui.

I giocatori più sorprendenti?

Walter Zenga. Che personaggio! Che personalità! L’ho incontrato per la prima volta quando era ancora la riserva di Bordon. Era appena rientrato dal prestito alla Sambenedettese. Eravamo ad Alkmaar, il giorno prima della sfida di Coppa delle Coppe AZ Alkmaar-Inter. Ero riuscito ad entrare nel loro hotel fingendomi giornalista, nascondendo la mia fede nerazzurra  e trovando una scusa per essere lì. Ebbi una conversazione molto divertente con Collovati e attorno a noi si formò un gruppetto con Marini, Bergomi, Muraro e qualche altro. Inizialmente Zenga era molto silenzioso, poi quando la maggior parte degli altri se n’era andata a letto, è letteralmente esploso. Iniziò a raccontarmi la storia della sua vita, la sua sete di successo, promettendo che l’anno successivo sarebbe stato lui il portiere titolare.  Mi raccontò del suo amore per l’Inter, dei suoi maestri sul campo da gioco, dei lavori che faceva negli uffici amministrativi della società, sottolineando che l’unica cosa che sapeva fare era giocare a calcio. Comunque, un anno dopo la maglia numero uno ce l’aveva lui. E lo vedevi uscire dal tunnel di San Siro con l’indice verso la curva dei Boys: i suoi amici di tifo lì in tribuna, lui in campo. Siamo sempre in contatto. Walter potrà avere qualche lato oscuro, potrà commettere errori, ma mi piace così com’è. È un po’ come l’Inter: un po’ pazzo.

Non solo tifoso, sei uno storico dell’Inter: nessuno più indicato per scegliere l’undici ideale.

Altra domanda cui è impossibile rispondere. Ho già parlato della squadra del periodo 63-65. Loro non li consideriamo, vanno presi tutti insieme: la squadra degli Intoccabili. Straordinari. Quindi, esclusa la Grande Inter, la mia formazione ideale si basa soprattutto sul sentimento: Zenga, Bergomi, Brehme, Sabato, Collovati, Passarella, Zanetti, Berti, Altobelli, Matteoli, Boninsegna.

Chiusura sull’attualità. Dopo un avvio di stagione disastroso l’Inter è in ripresa. Sette vittorie di fila. Che giudizio dai del lavoro di Ranieri?

Ranieri sta facendo del suo meglio. Si trova a dover gestire una situazione molto difficile: una grossa parte della squadra sia fisicamente che mentalmente ha già dato il meglio di sé, anche se mostra ancora in certi momenti tutta la sua classe. È una fase di transizione e ci vogliono coraggio e intelligenza per gestire il passaggio alla nuova generazione, a un nuovo ciclo, possibilmente senza sconfitte. La storia insegna che è molto difficile. Ranieri può salvare il salvabile, ha l’esperienza e una certa saggezza. Ci vuole fortuna, così come la sfortuna ha avuto un peso nella prima parte della stagione. Ma bisogna essere realisti: l’Inter del Triplete non può continuare ad andare avanti sempre con gli stessi giocatori. È una legge ferrea del calcio. Se non cambi in tempo, con tutto il rispetto che ho per tutti i giocatori, ti stai avviando a sicura sconfitta. La speranza e la fede ci hanno tenuti a galla e, dopo aver sofferto per molti anni, siamo contenti di poter guardare alle precedenti vittorie.

Il numero dieci del future: Coutinho, Alvarez or Sneijder?

Ho un debole per Coutinho, e non solo perché fisicamente mi ricorda me stesso alla sua età. È intelligente, ha coraggio, iniziativa, è sveglio, determinato e piedi buoni. Se diventa solo un po’ più potente fisicamente, non troppo perché altrimenti perderebbe qualcosa del suo estro, sarà il numero dieci moderno ideale.

Gianni Serra
gs@lechampions.it

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