
Gennaro Gattuso è un intoccabile del calcio italiano. Uno di quei giocatori che, in virtù delle proprie peculiarità, è riuscito ad ottenere per sé un metro di giudizio personalizzato da parte di arbitri e giornalisti. La cosa consente al buon Ringhio di vedere i limiti elogiati (mai scarpone ma generoso), i comportamenti da bulletto esaltati (mai provocatore ma grintoso) e di completare partite che, se avesse una diversa reputazione o non ne avesse affatto, lo vedrebbero immancabilmente negli spogliatoi dopo mezzora o giù di lì.

Insomma una sorta di versione calcistica di Bossi: si sa lui è fatto così. Gente pittoresca, colorita, che si prende parecchio sul serio ma abituata a non essere giudicata seriamente. Nell’andata degli ottavi di finale di Champions League tra Milan e Tottenham, il centrocampista rossonero ha disputato la sua solita “onesta” partita: qualche pallone recuperato; tanto pressing apparente; passaggi precisissimi al di sotto dei dieci metri; qualche viva al parrocco con pretese di cross; screzi con gli avversari; e i superflui rientri nella sua metà campo, col Milan in possesso di palla, utili a rafforzare gli eterni cliché che accompagnano da anni queste prodigiose rinculate finalizzate a ricevere palla da un difensore per girarla a un altro: “moto perpetuo”, “mai domo”, “commovente”, “leone”, “che cuore”. Insomma la solita prova “generosa” di Gattuso, che al 57’ ha deciso di fare di più: si avvicina alla linea laterale, davanti alla panchina inglese, e schiaffeggia Joe Jordan, vice di Harry Redknapp dai tempi del Portsmouth. Ex grande giocatore: nazionale scozzese; centravanti del Leeds vicecampione d’Europa nel 1975; primo straniero del Milan dopo la riapertura delle frontiere negli anni Ottanta. La manata del campione del mondo 2006 a un signore di 60 anni, trasuda maleducazione e vigliaccheria: tutto quello che uno sportivo non dovrebbe mai esibire.
A maggior ragione se porta al braccio la fascia di capitano che nell’ultimo mezzo secolo è stata indossata, sempre con onore e responsabilità, da Gianni Rivera, Franco Baresi e Paolo Maldini. Bastano i nomi a spiegare la differenza. All’ex mediano di Perugia, Rangers e Salernitana questo privilegio è toccato in virtù dell’assenza di Massimo Ambrosini, prima scelta in base al numero di presenze. Un criterio che premia l’assiduità non certo l’esemplarità: eppure i compiti di un capitano non dovrebbero esaurirsi con lo scambio dei gagliardetti.
A fine gara, col Milan sconfitto 1-0, il buon “Ringhio”, dopo aver confermato per novanta minuti che non poteva certo arrivare da lui l’idea su come sconfiggere gli inglesi, dimostra di non saper nemmeno perdere. Poco più di mezzora non è bastata a farlo ragionare: punta nuovamente Jordan, gli si avvicina, lo insulta nuovamente e prova a colpirlo al volto con una testata.
Il “coraggioso” Gattuso si guarderebbe bene dall’affrontare Jordan in un pub o per strada. Questa è aggressività calcolata. All’interno di in un campo da calcio Ringhio sa bene che qualunque reazione dello scozzese verrà bloccata dai tanti attorno. Mai avrebbe osato farlo altrove. E mai avrebbe dovuto aggredire, così vilmente, uno che da giocatore se le scambiava di santa ragione, senza mai invocare protezioni arbitrali, con autentici duri come Dave Mackay o Tommy Smith. Al confronto il suono emesso dalla sequenza g-e-n-n-a-r-o-g-a-t-t-u-s-o è un miagolio, altro che ringhio. È il gap che separa i veri duri dai fenomeni da baraccone.
Gianni Serra
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