Rateb è un bambino di 9 anni di Gaza, che ha perso la madre e un arto in un attacco aereo israeliano e sta ancora ricevendo cure in condizioni difficili a Deir al-Balah. Nonostante il dolore e la sofferenza, sogna di ottenere una protesi e tornare alla vita normale. Foto copyright: aa_arabic

L’Uefa ha impiegato meno tempo a escludere nazionale e club russi dalle competizioni calcistiche che a scrivere il comunicato stampa con cui annunciavano la sanzione per l’attacco militare all’Ucraina. Mentre del tanto richiesto (dai tifosi) cartellino rosso a Israele neppure l’ombra dopo due anni di massacro ininterrotto – non possiamo considerare un cessate il fuoco in cui vengono ammazzati oltre 100 palestinesi una tregua, al limite un rallentamento delle operazioni. La risposta del mondo del calcio allo sterminio dei palestinesi da parte di Israele è stata di imbarazzata noncuranza. Si va avanti come se nulla fosse: nessuna sanzione a Israele, anzi massimo sostegno e protezione a nazionale, club e tifosi al seguito.

Lechampions per anni ha coperto tutte le Champions League: albi d’oro, cronache, tabelloni e tabellini coi marcatori di ogni partita, dai turni preliminari alle finali. Europa, Africa, Asia, Sudamerica, Concacaf e Oceania. Dal 2008 al 2023 nessun altro lo ha fatto con la stessa costanza e completezza per tutte e sei le champions league continentali. Non potevamo però ignorare il dramma di Gaza e della Palestina e continuare a promuovere competizioni gestite dall’Uefa, dalla Conmebol, dalla Caf, dall’Afc, dalla Concacaf e dall’Ofc: le sei confederazioni continentali che, sotto il controllo della Fifa, controllano il calcio mondiale. Di fronte a una tragedia del genere e a uno schieramento compatto a difesa dell’aggressore la passione lascia il posto al disgusto, alla rabbia e all’impotenza.

Possiamo fare poco? Sicuro. Ma almeno quel poco va fatto e certamente non possiamo continuare a scrivere di competizioni utilizzate come sportwashing, dalle coppe europee a cui continuano a prender parte i club israeliani sino al prossimo Mondiale di calcio 2026 che si terrà negli Stati Uniti, principale alleato di Israele. Non l’unico. 

Non è necessario addentrarsi nelle spiegazioni dei giuristi del perché rientra nella fattispecie di “genocidio” lo sterminio di civili portato avanti da Israele in Palestina col sostegno di Usa, Unione Europea e l’imperturbabile collaborazione degli stati arabi limitrofi. È sufficiente rilevare la distruzione sistematica degli edifici e il massacro di civili palestinesi perpetrato dalle forze armate e dai coloni israeliani, documentato quotidianamente da oltre due anni dai giornalisti sul campo e dai civili in possesso di uno smartphone e una connessione internet. Immagini e cronache che fanno il giro dei social network ma vengono sistematicamente ridimensionate o oscurate dai principali mezzi di informazione occidentali. Gli stessi che continuano a spiegare perché Israele ha il “diritto di proteggersi” da civili disarmati, facendo letteralmente morire di fame chi è scampato a bombe, pallottole, droni e cecchini. 

Alla censura si completa con la normalizzazione. Lo sport e il calcio hanno un ruolo fondamentale in questo senso. Negli stadi in cui sono vietate le bandiere palestinesi, pena sanzioni per i tifosi e i club, gli ultras israeliani non solo vengono ammessi ma addirittura protetti dalle forze di polizia locali e dai servizi militari israeliani, in una sorta di riscrittura dell’ordine pubblico mondiale. 

Non si poteva però sperare che la Fifa tutelasse con forza e coerenza quei valori che neppure l’Onu riesce a proteggere, umiliata al punto di dover ospitare nella propria assemblea generale il primo ministro israeliano Netanyahu, per cui la Corte penale internazionale (organismo delle stesse Nazioni Unite) aveva spiccato un mandato di cattura “per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024”.

Ma ancor più degli Infantino e dei Ceferin, sono Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, i giocatori simbolo di questa generazione, le facce della pavidità del mondo del calcio. Nessuno potrebbe fare per la Palestina quanto i calciatori, potrebbero bloccare tutto in un attimo e invece nulla. Non ci si aspetta da loro la forza, l’intelligenza e il coraggio di contrastare il sistema di una Greta Thunberg o, per restare nello sport, di Mohammed Ali o Maradona. Questi ne sono parte integrante e ben attenti a non scontentare nessuno dei tanti sponsor.

Messi e Ronaldo sono due campioni sul viale del tramonto ma il calcio si identifica ancora in loro. Due genitori, che hanno visto arrivare dalla Palestina decine e decine di immagini di bambini dell’età dei loro figli, morti, mutilati o semplicemente disperati, con indosso le loro maglie. E neppure questo è bastato a fargli prendere posizione. Lo ha fatto Mohamed Salah, in un’unica occasione, quando nell’agosto scorso l’Uefa ha ricordato così Suleiman al-Obeid: “Addio a Suleiman al-Obeid, il ‘Pelé palestinese’. Un talento che ha dato speranza a innumerevoli bambini, anche nei momenti più bui”. Il giocatore simbolo del Liverpool e dell’Egitto ha commentato quel post dell’Uefa: “Si può dire come è morto, dove e perché?”. Trattandosi dell’ennesima vittima di Israele in Palestina, la domanda di Salah era retorica: tutti sapevano la risposta. 

Un messaggio quasi banale, visto l’unidirezionalità del massacro in corso. Eppure anche quelle domande di Salah sono state in grado, per qualche ora, di scuotere le mura del palazzo. Il che dà la misura della fragilità di quel muro di omertà e censura, ma anche degli interessi in gioco, delle complicità e della pavidità della quasi totalità degli atleti, ben attenti a non discostarsi dalla linea tracciata da Fifa, Uefa, sponsor e club di appartenenza. 

Alla fine a parlare di Palestina nel mondo del calcio restano in pochi. Alcune tifoserie: chi in contrasto col proprio club, come nel caso della Celtic Brigade, chi in accordo, come nel caso dell’Athletic Bilbao. Ex campioni come Eric Cantona e Mesut Ozil.  Allenatori come Pep Guardiola o Renzo Ulivieri. E pochissimi calciatori in attività, tra i quali Paul Pogba, Hakim Ziyech, El Ghazi, licenziato dal Mainz per aver manifestato la propria solidarietà alla Palestina, e Ataa Jaber, capitano della nazionale under 21 israeliana, che aveva scelto di giocare con la nazionale maggiore palestinese nel maggio 2021, dopo quel che i coloni israeliani avevano fatto alle famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah, “lì ho capito che politica e sport non si possono separare”. Lechampions si occuperà solo di questi calciatori e delle tifoserie che “stanno dalla parte giusta della storia”. Un genocidio non si normalizza. LECHAMPIONS 

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