Carlo Petrini (Milan, 1969)
Carlo Petrini (Milan, 1969)
Carlo Petrini con la maglia del Milan

“Ho tumori al cervello, al rene e al polmone. Ho un glaucoma, sono cieco, mi hanno operato decine di volte e dovrei essere già morto da anni. Nel 2005 i medici mi diedero tre mesi di vita. E’ stato il calcio. Ne sono certo. Con le sue anfetamine in endovena da assumere prima della partita e i ritrovati sperimentali che ci facevano colare dalle labbra una bava verde e stare in piedi, ipereccitati, per tre giorni. Ci sentivamo onnipotenti. Stiamo cadendo come mosche”. Così Carlo Petrini, poco più di quattro mesi fa in un’intervista al Fatto Quotidiano, spiegava la sua situazione clinica e chi l’aveva ridotto in quelle condizioni.
Sia nelle interviste che nei suoi libri l’ex attaccante di Milan e Torino non cercava mai pietismi, assoluzioni o commiserazione. Al contrario utilizzava quelle occasioni per fustigare se stesso e tutte le ipocrisie del calcio italiano, in particolare su temi come doping e calcio scommesse che aveva potuto toccare con mano. Non da semplice testimone ma da protagonista. Petrini non edulcorava e non cercava di trovare giustificazioni per nessuno, tantomeno per se stesso. Anche sulla squalifica per il calcio scommesse non negò niente di quel che aveva fatto, al contrario cercò di fare chiarezza rivelando per filo e per segno, con nomi e cognomi, come venivano combinati i risultati. In particolare quel Bologna-Juventus per il quale la Caf lo colpì con la condanna più pesante, in una sentenza che riconosceva la pastetta tra le due squadre ma ne puniva solo una (il Bologna). I tre anni e mezzo di squalifica mettono fine alla carriera calcistica di Petrini che di fatto non si avvarrà della successiva amnistia, arrivata con la vittoria della nazionale azzurra ai Mondiali di Spagna 1982. Usura e soci sbagliati condannano al fallimento le ambizioni imprenditoriali e lo costringono a nascondersi in Francia per timore di vendette. Teme per la sua vita e non rientrerà in Italia nemmeno quando glielo chiederà, attraverso i giornali, il figlio 19enne malato di tumore. Non aver rivisto il suo Diego prima della morte è una decisione che non si perdonerà.
Negli otto libri pubblicati da Petrini tra il 2000 e il 2010 – tra i quali “Scudetti dopati”, “I pallonari”, “Piedi nudi” – è sempre presente quel rigore che gli era mancato in campo. Da calciatore era stato il classico esempio di genio e sregolatezza: “Se avessi un po’ di cervello saresti un campione” gli ripeteva Nereo Rocco nella stagione in cui allenava al Milan. Era il 1968-69 e i rossoneri conquistarono la seconda Coppa Campioni della loro storia superando in finale l’Ajax di un giovane Johan Cruyff. Quella coppa vinta da comprimario e la Coppa Italia conquistata nel 1971 con la maglia del Torino rappresentano gli unici due trofei vinti in carriera. Una carriera che non lo ha visto disputare più di due stagioni con la stessa maglia e raccontata con rara onestà nell’autobiografia “Nel fango del dio pallone” (Kaos edizioni, 2000). Più che mai attuali a due giorni dalla morte in campo di Piermario Morosini, che ha riportato in primo piano il problema della salute dei calciatori. Tutti pensano al doping, pochissimi hanno il coraggio di parlarne. Con Carlo Petrini scompare una persona che non relegava la verità tra i retropensieri ma la piazzava lì, dove meritava di essere: sempre in primo piano, senza ritocchi. ECL

Carlo Petrini
Nato a Monticiano il 29 marzo 1948
Morto a Lucca il 16 aprile 2012
Ruolo
Attaccante
Squadre
Lecce (1965-1966)
Genoa (1966-1968)
Milan (1968-1969)
Torino (1969-1971)
Varese (1971-1972)
Catanzaro (1972-1974)
Ternana (1974-1975)
Roma (1975-1976)
Verona (1976-1977)
Cesena (1977-1979)
Bologna (1979-1980)
Titoli
Coppa Campioni (1969-1970)
Coppa Italia (1970-1971)

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