Zdenek ZemanE così la dirigenza della Roma ha scaricato Zdenek Zeman. Non c’è più bisogno di leggere tra le righe. Dopo gli equilibrismi dialettici del direttore generale Baldini, uno che si atteggia a intellettuale per aver imparato a coniugare il congiuntivo, è finalmente arrivata la sgrammaticata ruvidità del direttore sportivo giallorosso Sabatini a spazzare via ogni dubbio: “La situazione odierna è di poca soddisfazione rispetto a quello che la squadra riesce a produrre. Ora ci fermeremo un po’ interrogandoci sui motivi che ci hanno portato a far cose non congrue, o dal punto di vista tattico, o dal punto di vista dell’organico. Questa è una fase di studio che comporta anche la possibilità di cambiare allenatore, molto marginalmente, perché l’allenatore ha fatto bene con noi, nonostante tutto, e di cui siamo contenti”. Poi ingrana, a metà, la retromarcia e si incarta definitivamente: “Zeman non è delegittimato, assolutamente no. Non son venuto a esonerare Zeman. Pensiamo di rimettere a posto le cose, questo vorrebbe dire anche passare a Zeman-2 come si fa con certi governi. Per me è un modo chiaro, non tiepido, di star vicino a una persona. Io denuncio alcune cose che non vanno bene e che ancora facciamo in tempo a cambiare. Non sto esonerando Zeman, non ho mai proferito questa parola, potremo prendere tante decisioni prima di esonerare Zeman. Semmai sarebbe prendere ulteriore forza per l’allenatore, se noi ci assumiamo le nostre responsabilità, e lui le sue ci sarà Zeman-2, come un rimpasto di governo”.

GOVERNO BALDINI. Il parallelo col governo, almeno quello, è calzante. Baldini e Sabatini sono due sottosegretari chiamati a recitare da primi ministri: non hanno la statura né le capacità. Il primo neanche il dono di parlare con chiarezza, ma è sveglio e sa salvare la propria pelle. Entrambi sanno giocare d’anticipo: prima che emergano i propri limiti e le proprie colpe, indicano un altro bersaglio. Con Zeman è facile. Si va sul sicuro: prende gol su calci piazzati e a difesa schierata e lo accusi come facevi un tempo quando li prendeva con soli due o tre difensori nella propria metà campo, tanto nessuno coglie la differenza. Coi suoi schemi riesce a garantire l’attacco più prolifico del campionato e a mettere qualunque scartina a tu per tu col portiere almeno 4-5 volte a partita, la scartina sbaglia anche a porta vuota e tu punti il dito verso il tecnico. Gli dai un rincalzo come Marquinhos con l’idea di scambiarlo o vederlo in prima squadra nel giro di 2-3 anni, lui te lo schiera titolare, non lo toglie più, ti accorgi anche tu che si tratta del miglior difensore in rosa e ti pavoneggi come l’avessi mandato tu in campo. Celebri Erik Lamela e i suoi dieci gol in 16 partite di campionato e ti dimentichi che dopo una stagione con Luis Enrique (4 reti in 29 apparizioni) nessuno – tu per primo – aveva capito se l’argentino era una mezzapunta, un’ala, un centravanti, un ballerino. Adesso, dopo cinque mesi di cura Zeman, se lo coccolano come un potenziale Cristiano Ronaldo. Il vero show-time è assicurato dalle capovolte verbali dell’accoppiata Baldini-Sabatini.

PROGETTO. In estate alla Roma hanno tracciato una linea: si riparte da zero. “Il nostro è un progetto destinato a durare”. A Trigoria dicevano di guardare al futuro. Hanno mandato via gente esperta come Pizarro, Juan, Heinze, Cassetti, per abbassare ulteriormente l’età media della squadra. Operazione lungimirante ma che espone al rischio di un rendimento altalenante. Il futuro lo prepari anche così, rischiando qualcosa nell’immediato. La continuità di rendimento è una chimera con squadre imbottite di giovani: le strisce vincenti si alternano a quelle perdenti, con le vittorie i ragazzi volano, quando perdono si deprimono. Con l’esperienza si imparano a gestire anche gli umori. L’Arsenal paga da anni dazio alla politica pro-linea verde di Wenger: l’ultimo trofeo conquistato dai gunners è una FA Cup vinta nel 2005, c’era ancora Highbury. Il manager francese ha saputo garantire una gestione oculata, una formazione tecnica e spettacolare, il lancio di tanti giovani, la qualificazione alla Champions League, ma nessun trofeo. Eppure il Real Madrid lo corteggia per affidargli la panchina di Mourinho: la bacheca non è l’unico metro per misurare la bontà del lavoro di un tecnico o la classe di un giocatore. Gettare le basi per un futuro roseo, ringiovanendo la rosa e affidandola al miglior allenatore di giovani in circolazione era un percorso logico, coerente, ammirevole. La “nuova” Roma poteva diventare un modello per la serie A, in un panorama come quello del calcio italiano abituato al mantra tre sconfitte di fila e sei fuori. Con l’esonero di Zeman è impossibile cogliere la differenza col passato o con i Zamparini, i Cellino, i Preziosi. Non proprio il gotha europeo.

CONVINZIONE. Se scegli Zeman e gli affidi una squadra imbottita di ragazzi non lo fai per avere risultati facili. Il gioco del tecnico boemo può essere paragonato a quello di un tennista serve and volley. Molto più esaltante ma anche più rischioso del giocare a fondocampo. Il gioco d’attacco può esaltare chi lo pratica quanto l’avversario: così come l’attaccante che va a rete senza convinzione viene bucato da ogni passante, esponendosi spesso al ridicolo, lo stesso accade alle difese zemaniane quando si dimenticano di fare il fuorigioco o non salgono per paura del contropiede. Ci vogliono tempo, applicazione, fiducia. Se l’attaccante è convinto e concentrato l’avversario la palla non la vede. John McEnroe aveva messo fine alla carriera dell’invincibile Bjorn Borg grazie al talento e, soprattutto, alla smisurata convinzione nei propri mezzi e nel proprio gioco. Inizialmente ha perso, ma poi ha saputo sconfiggere lo svedese in modo così perentorio da spingerlo al ritiro. La fortuna di McEnroe e dei suoi tifosi è che dopo le prime sconfitte non ci fosse un Sabatini a consigliargli maggiore prudenza.

FASTIDIO. I dirigenti romanisti conoscono bene Zeman ma non lo apprezzano. Non ne tollerano la coerenza, scambiata per cocciutaggine, né il rigore, visto come ottusità. Soprattutto non vorrebbero avere grane e questo è un tecnico che gliene procura ogni giorno. Non nega mai un giudizio schietto sul Palazzo, sul doping, sulla Juventus, sul razzismo, argomenti sui quali l’etichetta prevede ipocrisia e frasi fatte. Anche sui propri giocatori Zeman non si fa pregare: ricorda a Stekelenburg (portiere che dovrebbe comandare la difesa) che dopo due anni ancora non sa una parola d’italiano, e a De Rossi che il posto in squadra non lo si ottiene per il curriculum. Tutto ineccepibile ma estremamente fastidioso per chi è abitato ad essere trattato coi guanti bianchi. Un atteggiamento di fastidio crescente, percepito e utilizzato come alibi da alcuni giocatori, sempre più espliciti nell’affermare il proprio malcontento. La lista ormai è lunga: De Rossi, Osvaldo, Pjanic, Marquinho, Stekelenburg.

LA ROSA. Le divergenze non riguardano solo lo stile. Zeman e i suoi dirigenti valutano la rosa giallorossa in modo molto diverso. Il tecnico non si lamenta, tutt’altro, vede il potenziale ma vuole lavorarci sopra. Sabatini e Baldini ritengono di avergli consegnato il prodotto finito. Le cose non stanno così. Marquinhos doveva rappresentare un’alternativa ma i titolari, per Baldini e Sabatini, erano altri. Lo stesso può dirsi di Bradley, Piris, Florenzi, Tachtsidis, Goicoechea. Nella testa della dirigenza, l’undici titolare era fatto, a Zeman toccava semplicemente allenarlo e metterlo in campo: Stekelenburg, Taddei, Burdisso, Castan, Balzaretti; Pjanic, De Rossi, Marquinho; Totti, Osvaldo, Destro. Ogni volta che il tecnico si è discostato dalla linea “societaria” nella scelta degli uomini da mandare in campo ha prestato il fianco a facili accuse: a) non sta mandando in campo la formazione migliore; b) sta depauperando il patrimonio tecnico a disposizione; c) sta facendo crollare le quotazioni di mercato dei giocatori di maggior nome. Unica possibilità di rintuzzare questi attacchi era vincere ogni partita. Perché se perdi o pareggi giocando meglio dell’avversario non va bene, se perdi o pareggi giocando peggio non va bene, se vinci almeno costringi i critici al silenzio (temporaneo). Questo è stato finora il copione della stagione romanista.

OPPORTUNITA’ MANCATA. Un tecnico come Zeman è un’opportunità rara per chi non ha altro mezzo che il campo per far valere le proprie qualità, un fastidio per chi è abituato ad avere il posto assicurato a prescindere da quel che fa in allenamento o in partita. Ecco perché l’ex tecnico del Foggia è adorato dai giovani. Con Ranieri, tanto per restare a uno degli ultimi allenatori giallorossi, l’utilizzo dei Piris e Marquinhos sarebbe stato confinato ai minuti di recupero di un’amichevole, e il posto di Stekelenburg in porta o di De Rossi a centrocampo mai in discussione. Facile capire a chi vadano le preferenze degli uni e degli altri. Tutti i problemi per Zeman, alimentati da una piazza volatile come poche, sono nati lì. Non aver piegato la testa, non aver fatto finta di non vedere e non sentire, è un merito che gli riconosceranno, in privato, sottovoce, solo alcuni giocatori.

Gianni Serra
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