Sheffield, Hillsborough: 15 aprile 1989
Sheffield, Hillsborough: 15 aprile 1989
Hillsborough: 15 aprile 1989: i tifosi cercano salvezza dietro la porta di Grobbelaar

La verità. Non quella della polizia: modificata ad arte per nascondere proprie colpe e responsabilità nella morte di 96 tifosi del Liverpool, durante la semifinale di coppa di Inghilterra tra i reds e il Nottingham Forest giocata allo stadio Hillsborough di Sheffield il 15 aprile 1989. Nemmeno quella strillata dal Sun che parlò di “tifosi ubriachi che depredarono e urinarono i corpi delle vittime”. E nemmeno quella parziale e troppo timida del rapporto Taylor che si limitò a evidenziare errori della polizia senza però nessuna conseguenza per i poliziotti coinvolti. Ci sono voluti 23 anni per arrivare alla VERITA’.
Verità che rivelato una realtà peggiore di quella denunciata dalle famiglie dei 96 morti. Il lavoro della Commissione indipendente che ha studiato gli oltre 450mila documenti della tragedia di Hillsborough ha messo in luce come la Polizia abbia piegato tutto e tutti ai propri interessi, senza alcun riguardo per fatti e persone che invece avrebbe dovuto tutelare. La colpa non era dei tifosi ma della polizia. Irresponsabile, impreparata, incapace, disorganizzata, bugiarda: “Lo stadio era sicuro”, “Le vittime non potevano essere salvate”, “Alle 15,15 erano tutti morti”.
Il rapporto ha fatto piazza pulita delle menzogne, attestando in modo definitivo che la polizia cancellò e modificò molte testimonianze (anche quelle dei soccorritori); che cercò di trovare precedenti penali da attribuire alle vittime in modo da giustificare con più facilità la teoria di tragedia provocata da delinquenti abituali. Spregiudicato e vergognoso tentativo di infangare morti innocenti pur di evitare conseguenze penali e lavorative (a oggi nessun agente o dirigente è stato sospeso né sanzionato per quei fatti). Una coltre di bugie enorme, squarciata solo oggi da un’indagine che è arrivata ad affermare che ben 41 vittime avrebbero potuto essere salvate se soccorse adeguatamente e tempestivamente. Rivelazione che, comprensibilmente, ha scioccato i familiari, convinti per anni che la tragedia fosse evitabile ma che nessuno dei morti per asfissia avrebbe potuto essere salvato dai soccorritori.
Quel Liverpool-Nottingham Forest era stato sospeso dopo sei minuti di gioco: solo in quel momento la polizia informava l’arbitro della gravità di una situazione totalmente fuori controllo. Pochi istanti prima lo aveva fatto, inutilmente, Bruce Grobbelaar, richiamato dai tifosi dietro la sua porta. Col volto schiacciato sulle grate chiedevano aiuto al portiere del Liverpool: “Bruce, aiutaci, facci entrare, non riusciamo a respirare”. La calca sulle barriere attorno al terreno di gioco (poi bandite  dopo il Rapporto Taylor) era figlia della scelta della polizia locale di non effettuare nessun controllo all’ingresso del settore destinato ai tifosi del Liverpool: tutti lasciati entrare senza freni, anche da un’uscita di sicurezza. Tutto per evitare di dover fronteggiare rogne con chi voleva entrare senza biglietto. Una scelta di comodo, come quella di aver destinato i tifosi del Liverpool (più numerosi) al settore più piccolo (Leppings End Terrace) perché più agevole per gestire il traffico in entrata e uscita da Sheffield.
Tra i documenti emersi nelle nuove indagini, la lettera indirizzata alla federazione inglese e al ministro dello Sport da parte di un tifoso presente alla semifinale di coppa d’Inghilterra di un anno prima (9 aprile 1988). Anche allora in campo Liverpool e Nottingham Forest, anche allora lo stadio era quello di Hillsborough. Il tifoso denunciava “il sovraffollamento permesso nella Leppings End Terrace, dove io e altri accanto a me, abbiamo temuto per la nostra sicurezza …”. Se nel 1988 era andata bene, il 15 aprile 1989 no: quel pomeriggio morirono in 94. Quattro giorni più tardi toccò alla vittima numero 95, il 14enne Lee Nicol; il 3 marzo 1993 all’ultima, Tony Bland: 18 anni il giorno della partita e tenuto in vita artificialmente per quasi quattro anni.
In Parlamento il premier britannico David Cameron ha riassunto “in tre punti” le conclusioni del rapporto: l’incapacità delle autorità di proteggere le persone; il tentativo di far ricadere le colpe sui tifosi; pesanti dubbi sulle indagini e la relazione originale del Coroner; ha evidenziato che “queste conclusioni sono importanti non solo per le famiglie di Liverpool ma per l’intera nazione”; si è scusato per “l’attesa così lunga cui sono state costrette le famiglie delle vittime”. Scuse sentite e doverose. Sia da un punto di vista istituzionale che personale. Solo pochi mesi fa Cameron aveva paragonato le famiglie dei tifosi del Liverpool che chiedevano la verità sui fatti di Hillsborough a “un cieco in una stanza buia che cerca un gatto che non c’è”. Il rapporto ha aperto gli occhi anche a lui.

Gianni Serra
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