Con la scomparsa di Tonino Carino più che un pezzo di storia della televisione se ne va un pezzo della storia del calcio italiano.

Tonino Carino (1944-2010)Se Valenti, Martellini, Ciotti, Ameri, Bortulozzi erano i mostri sacri, la perfezione cui tendere, Tonino Carino era il cronista-simbolo, il rappresentante più caratteristico della classe di corrispondenti di provincia, catapultati negli anni Settanta e Ottanta, verso la notorietà nazionale dalle imprese delle squadre di club che seguivano. Carino, sposato, due figli, aveva iniziato la carriera giornalistica nel Corriere Adriatico per poi passare alla Rai, dove è rimasto sino alla pensione. Ma la sua fama era legata a quella dell’Ascoli e le retrocessioni del club bianconero, di fatto avevano relegato al solo ambito regionale le cronache di Carino. Un destino comune a quello di tanti colleghi.
La ribalta della serie A conquistata da Ascoli, Catanzaro, Avellino, Cagliari, Verona, Perugia, Catania, Udinese, Sampdoria e Genoa aveva trasformato a livello nazionale i cantori delle imprese calcistiche in simboli non solo delle squadre ma delle città stesse, finendo per identificarle più degli stessi colori di maglie e bandiere. Un plotone di onesti cronisti di provincia trasformati in monumenti viventi, rappresentanti cittadini presso il resto della nazione: Emanuele Giacoia da Catanzaro, Italo Kuhne e Luigi Necco che si alternavano tra Napoli e Avellino, Antonio Capitta e Luigi Coppola da Cagliari, Ferruccio Gard da Verona, Lamberto Sposini da Perugia, Puccio Corona da Catania, Maurizio Calligaris da Udine, Giorgio Bubba da Genova. Da Ascoli c’era Tonino Carino: emblema della squadra capitanata da Adelio Moro, al pari del presidente Costantino Rozzi e dell’allenatore Carletto Mazzone. Una triade pittoresca, nei modi e nel proporsi, ma molto competente. Quell’Ascoli era un’ottima squadra e al Cino e Lillo Del Duca molte “grandi” ci lasciavano le penne. La pronuncia quasi infantile di Carino, involontariamente, contribuiva ad alimentare il mito, caratterizzando e personalizzando ancora di più la realtà di Ascoli, che grazie a Rozzi e Mazzone, già si distingueva di suo rispetto alle altre.
Era la serie A a sedici squadre: sei tra Roma, Milano e Torino, appena dieci per il resto d’Italia. Una vetrina esclusiva. Niente a che vedere con l’attuale formato a 20 squadre e la copertura televisiva in tempo reale da tutti i campi. Negli anni Settanta e Ottanta il calcio nelle case degli italiani arrivava in diretta radiofonica con “Tutto il calcio minuto per minuto” e in video, in leggera differita, poco più di un’ora dopo il termine delle partite, attraverso “90° Minuto”. Se le voci della radio erano avvolte nel mistero, i volti della squadra guidata da Paolo Valenti erano così tipici, anche nei difetti quasi caricaturali, da renderli “normali” e per questo più vicini, di famiglia. Un’atmosfera da bar dello sport dove la parzialità era accettata, anzi doverosa. Impensabile oggi. ECL