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Paolo Rossi (1956-2020)

Anche Pablito se n’è andato. Il 2020 continua a privarci di campioni che hanno scritto la storia del calcio. Da Wim Suurbier a Jack Charlton, da Nobby Stiles a Ray Clemence, da Diego Armando Maradona a Paolo Rossi, per limitarsi ai più recenti. In un anno funestato dalla pandemia, è stato un tumore, scoperto appena un anno prima, a privarci del simbolo dell’Italia campione del mondo 1982.

Capocannoniere del mondiale e Pallone d’oro, Paolo Rossi diventa una leggenda planetaria, grazie al 3-2 con cui l’Italia elimina il Brasile di Zico, Eder, Socrates e Falcao. La tripletta del centravanti azzurro elimina la squadra più spettacolare del torneo, quella che molti brasiliani considerano, nonostante la sconfitta, il Brasile più bello di sempre.

Quel 5 luglio 1982 è una giornata straordinaria. Non solo per l’Italia ma per tutto il mondo del calcio, che assiste a un’impresa inimmaginabile, propiziata dal più improbabile degli eroi. Con quelle tre reti Rossi dà il via al tris di successi che varrà il terzo titolo mondiale per gli azzurri e mette fine al periodo più buio della sua carriera, iniziato due anni prima con la squalifica per il calcio scommesse. Condannato dalla giustizia sportiva per una partita (Avellino-Perugia 2-2) che non ha venduto e nella quale aveva segnato i due gol umbri. Il processo penale lo assolverà completamente ma quei due anni di carriera non glieli restituisce nessuno.

Ritorna giusto in tempo per essere convocato al Mondiale. Il giorno del rientro è il 2 maggio 1982: terzultima giornata di campionato, Rossi scende in campo a Udine con la maglia della Juventus. Trapattoni lo schiera titolare, gioca 70 minuti e segna il terzo gol del 5-1 juventino. Un ritorno da sogno, che sembra cancellare la squalifica e tutto quel che si è portata con sé. Non trova il gol nelle due partite finali di campionato, dove fatica parecchio.

Ma Enzo Bearzot non ha dimenticato l’impatto di Rossi nel mondiale del 1978 e lo porta in Spagna. Decisione non scontata: il centravanti juventino viene preferito a Roberto Pruzzo, bomber della Roma e fresco capocannoniere del campionato (per il secondo anno di fila) con 15 reti. Scelta controversa l’esclusione di Pruzzo a vantaggio di un giocatore inattivo da due anni come Rossi. La posizione di Bearzot diventa inaccettabile dopo le prime quattro partite dei mondiali di Spagna, quando tutta Italia vuole il centravanti della Juventus fuori dall’undici titolare. Dopo i tre pareggi iniziali con Polonia, Perù e Camerun, anche nel 2-1 con l’Argentina Rossi non brilla. Tutt’altro. La prestazione del centravanti è l’unica nota negativa di una giornata esaltante, dove gli azzurri superano i campioni in carica, capitanati da Daniel Passarella e rafforzati da Diego Armando Maradona.

Contro il Brasile Bearzot non cambia e ripresenta Rossi dal primo minuto. E cambia tutto. Arrivano i tre gol – un concentrato di velocità, tecnica, precisione, piazzamento e opportunismo – che riscrivono la storia del Mondiale, dell’Italia e di Pablito. I tre gol restituiscono il giocatore esploso a Vicenza e ammirato nel mondiale di quattro anni prima: capace di leggere i movimenti della difesa, mandare fuori strada il proprio marcatore con scatti, finte e controfinte e colpire con pulizia e precisione. Un’essenzialità che quasi banalizza la dote unica di sapersi nascondere per poi rimaterializzarsi all’improvviso nel posto dove colpire è più facile. Dote tipica dei grandissimi centravanti.

Rilanciato dalla tripletta al Brasile, segna altri due gol nel 2-0 in semifinale contro la Polonia dell’amico Boniek e al 57′ sblocca il risultato nel 3-1 della finale contro la Germania. Un riscatto così dirompente era impossibile da immaginare. Un crescendo quasi cinematografico che lo consacra come l’italiano più famoso al mondo, un monumento vivente col quale da quel momento viene identificato il nostro Paese all’estero. Nessun calciatore come lui. Solo Roberto Baggio nel 1994 avvicinerà quelle vette di popolarità.

Le imprese del mondiale 82 associano in modo indissolubile il nome di Paolo Rossi a quello della nazionale. Ancora oggi il colore al quale viene associato è l’azzurro, la maglia numero 20, che coincide con le reti segnate in 48 presenze e, tristemente, all’anno della scomparsa. Non solo in nazionale ma in tutti i club in cui ha giocato Rossi ha lasciato un gran ricordo. Nel Como, dove esordisce in un’annata sfortunata per i lariani, e soprattutto nel Lanerossi Vicenza dove esplode. Il merito è dell’intuizione di G. B. Fabbri, che capisce che quell’ala gracile e veloce può dare molto di più se messa al centro dell’attacco. Con 21 reti nella stagione d’esordio porta i biancorossi in A. L’anno dopo, con 24 reti, li trascina al secondo posto finale nella massima serie. Nel 1979 passa al Perugia e qui segna 13 reti in 28 partite di campionato ma arrivano i due anni di squalifica e il passaggio alla Juventus. In bianconero, con i compagni del blocco della nazionale e Platini e Boniek, vince due campionati, una coppa Italia, una Coppe delle Coppe, la Supercoppa europea e la Coppa dei Campioni nella tragica finale dell’Heysel.

Proprio a Bruxelles finisce l’avventura in bianconero e passa al Milan, dove Liedholm gli dà il 10 di Rivera, e lo schiera con Pietro Paolo Virdis e Mark Hateley in un tridente da sogno. In realtà proprio gli infortuni di Rossi limitano le occasioni di vedere il “Vi-Ro-Ha” all’opera. Nelle 15 presenze in rossonero Pablito realizza solo due reti, in un memorabile 2-2 contro l’Inter, che sembra preludere all’ennesima resurrezione.

Bearzot lo porta la mondiale del 1986 ma non lo schiera mai. Gli preferisce Galderisi, che in quell’estate viene acquistato dal Milan del nuovo presidente Berlusconi. Rossi va al Verona di Osvaldo Bagnoli, che cerca di rilanciare la squadra che solo due anni prima aveva vinto lo scudetto. L’entusiasmo iniziale evapora sotto il peso degli infortuni che continuano a limitare l’ex centravanti del Milan, che al Bentegodi fa solo intravedere sprazzi della sua classe. Gli scaligeri chiudono al quarto posto in campionato, ma l’eroe di Spagna 82 ad appena 31 anni decide di chiudere col calcio giocato.

Paolo Rossi ritorna nell’ambiente come opinionista per Sky, Mediaset e la Rai. Esperienze di successo. In televisione Pablito conferma di essere dotato di una leggerezza naturale che gli consente di esprimere il proprio parere con ironia e chiarezza, senza censurarsi né rischiare di trovarsi coinvolto in stucchevoli batti e ribatti. Un garbo in grado di disarmare anche gli ospiti più esagitati. Esemplare. LECHAMPIONS